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Il Pil poco meglio del previsto. Nel 2020 chiude a -8,9%

A sorpresa il Pil dell’anno terribile, il 2020, fa meglio di quanto previsto dal governo ma anche dalle maggiori istituzioni internazionali. Ora la scommessa è tutta sulla ripresa di quest’anno, che già Bankitalia e Fmi collocano a un risicato 3-3,5 per cento, poco più della metà delle proiezioni del governo. Tutto ciò mentre i maggiori provvedimenti di rilancio, dai 32 miliardi del Ristori V ai 209 del Recovery Fund, sono in stallo per la crisi di governo.
Venendo al bilancio del 2020 tracciato ieri dall’Istat la caduta del Pil italiano, con un -8,9%, è stata di poco migliore delle stime del governo che da tempo prevedeva un -9%. Meglio delle attese — con i servizi che vanno male e l’industria che tiene — anche il cruciale quarto trimestre dell’anno che ha messo a segno un -2 per cento (contro il -3% per cento stimato dall’Ufficio parlamentare di bilancio e il -3,5% della Banca d’Italia). L’anno nero si chiude così meglio anche delle previsioni della Commissione (-9,9%), dell’Ocse (-9,1%) e dell’Fmi (-9,2%).
Non tutto luccica, comunque. È vero che il quarto trimestre è andato meglio delle previsioni, ma è anche vero che la Germania, nonostante la seconda ondata dell’epidemia, ha fatto +0,1 per cento, la Francia ha limitato la caduta all’1,3 per cento, la Spagna ha fatto +0,4 per cento e l’Eurozona ha totalizzato -0,7 per cento (solo l’Austria ha fatto peggio di noi con un -4,3 per cento). In questa corsa del gambero, dove il Pil tenta di scansare il virus vale la pena segnalare le ultime cifre sulla chiusura dei Pil del 2020 che sono quelle dei giorni scorsi dell’Fmi: Germania -5,4 per cento; Francia -9 per cento; Spagna -11,1%. Dunque l’Italia è andata peggio della Germania, meglio della Francia (per poco) e della Spagna.
Come siamo riusciti a limitare le perdite nell’ultima fase dello scorso anno segnata dalla seconda ondata? «I motivi per cui siamo riusciti a contenere la caduta del quarto trimestre a -2 punti di Pil — spiega Fedele De Novellis, partner del centro studi Ref — sono principalmente un lockdown selettivo e non totale come in aprile e la diffusione ormai piuttosto organizzata dello smart working. C’è poi — aggiunge — un certo recupero della domanda su alcuni generi di consumo, come gli elettrodomestici, che in alcune fasce della popolazione che hanno risparmiato, hanno sostituito generi come l’abbigliamento». Una tenuta che, come scrive l’Fmi nel suo ultimo Outlook, risente di una certa assuefazione al lockdown delle economie che «sembrano adattarsi a delle attività a bassa intensità di contatti».
Accantonato il 2020 la sfida si gioca sul 2021. Dato per scontato che finché la campagna vaccini non produrrà certi ed efficaci risultati non si tornerà alla normalità, è da quel momento che bisogna misurare le capacità dell’economia di ripartire. È dunque necessario al più presto mettere in atto un piano che riesca a rimpiazzare i sussidi con il ritorno alla produzione normale. Il passaggio non sarà facile perché ci sono misure dalle quali bisognerà uscire gradualmente: il blocco dei licenziamenti, la cassa integrazione, i ristori e il ritorno alla normalità dei pagamenti fiscali. Comunque vada, come dicono Bankitalia, Confindustria e Fmi, la ripresa non scatterà prima della primavera-estate: a quel punto ci avvantaggerà in qualche modo l’aumento dei risparmi delle famiglie che potranno dare una spinta ai consumi.
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