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Pil, per l’Italia un calo dell’8,9%. Recovery, in bilico 26 miliardi

I dati della decrescita dell’Italia e del resto d’Europa sono arrivati ieri, appena più clementi di quanto si pensasse. L’Italia nel 2020 perde l’8,9% di prodotto lordo, registra l’Istat. Solo negli ultimi tre mesi dell’anno perde il 2% rispetto al trimestre precedente. Secondo l’Eurostat, l’area euro cala del 6,8% in tutto l’anno e dello 0,7% nell’ultimo trimestre. Ma neanche questa sorpresa, marginalmente positiva rispetto alle attese, può mascherare la sostanza: l’Italia oggi è un vaso di coccio, inserita in un altro vaso di coccio che è l’Europa, e in mano a politici di coccio. Questi ultimi non lo sono solo per la fragilità del sistema dei partiti in piena crisi di governo. Lo sono anche nel senso a loro familiare che si usa a Roma: non capiscono; si affidano a poche ma fasulle certezze mentre il resto del Paese vive una transizione drammatica.

La prima è che ci sia ancora molto tempo per presentare un Recovery plan, perché comunque lo si potrà mandare a Bruxelles entro inizio maggio. E’ la data della scadenza ultima, in effetti. Ma pochi a Roma sembrano aver capito che, se aspetta fino ad allora, l’Italia rischia di perdere accesso all’acconto di 26 miliardi previsto in pagamento già quest’anno. Se l’intera operazione di raccolta di fondi sul mercato per il Recovery partisse solo a estate inoltrata — come è probabile — la Commissione rischierebbe di non poter raccogliere risorse sufficienti per versare gli acconti a tutti i governi entro il 2021. A quel punto i governi che hanno presentato i piani per ultimi finirebbero in fondo alla coda anche nel ricevere i bonifici. Dunque il tempo per il piano italiano stringe seriamente.

Una seconda certezza un po’ fuorviante diffusasi nella classe politica italiana in questi mesi è che il Recovery sia in sé sufficiente. Con investimenti netti supplementari per 120 miliardi di euro fino al 2026 — pensano in molti — Next Generation EU basta per recuperare i ritardi del Paese. Ma non sembra affatto scontato che sia così, e non solo per il profondo ritardo negli investimenti pubblici accumulato dall’Italia negli ultimi vent’anni. I vari governi che si sono succeduti dall’inizio del secolo avrebbero dovuto investire l’equivalente di 200 miliardi di euro attuali in più, solo per restare nella media della zona euro nel creare strade, porti o reti digitali. Dunque i nuovi fondi europei da soli non possono colmare questo ritardo. In realtà però c’è un motivo in più, per sospettare che il Recovery da solo non sia una risposta adeguata. Per l’Italia e per l’Europa, quel progetto è allo stesso tempo straordinario e insufficiente. Il fatto che sia innovativo non comporta, automaticamente, che compensi l’entità del danno inferto dalla pandemia. In Italia l’anno scorso gli investimenti privati sono crollati quasi del 14% (contro un calo dell’1,7% negli Stati Uniti e del 3,8% in Germania). E rispetto alle già deboli tendenze pre-Covid, l’ammanco di investimenti privati italiani previsto a Bruxelles fino al 2022 è di 140 miliardi. In sostanza la parte di interventi netti supplementari previsti con Next Generation EU per i prossimi sei anni — appunto, 120 miliardi — non sarebbe neppure sufficiente a compensare la grande ritirata del settore privato durante la metà di questo tempo. Del resto l’ultimo rapporto della Banca europea degli investimenti mostra che gli imprenditori italiani nel 96% dei casi — un record europeo — rinunciano a investire «per l’incertezza sul futuro». In questo la crisi politica non può che fare altri danni. Ma l’Italia non è sola, secondo le previsioni della Commissione Ue. L’ammanco di investimenti privati nell’Unione nei tre anni fino al 2022, rispetto alle tendenze pre-pandemia, già si profila di una volta e mezzo maggiore all’intero bilancio da 750 miliardi del Recovery fund. Quest’ultimo certo dovrebbe diventare l’innesco per altre risorse, anche del settore privato.

Eppure per il momento, come ha osservato Adam Tooze della Columbia University, l’Europa sembra il blocco economico più colpito dalla pandemia in confronto a Stati Uniti e Cina, con l’Italia a sua volta fra i Paesi più colpiti d’Europa. L’economia cinese non si è mai contratta e tra un anno sarà del 10% più grande di com’era prima di Covid. In America gli investimenti in macchinari e tecnologie stanno ripartendo con molta più forza di quanto non fosse accaduto dopo le recessioni del 2001 e 2008. Il Fondo monetario internazionale ha rivisto al rialzo le previsioni per gli Stati Uniti e si aspetta che la prima economia del mondo recuperi già quest’anno tutto il terreno perduto con la pandemia. Per l’area euro invece le stime sono state riviste al ribasso e il ritorno ai livelli del 2019 è atteso solo a fine 2022. Per l’Italia, neanche allora.

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