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Pil fermo in zona «zerovirgola»

Già lo stesso Istituto nazionale di statistica, nella sua ultima nota mensile, ha stimato una variazione congiunturale del secondo trimestre compresa in una forchetta tra -0,1% e +0,3 per cento. Se – come pare probabile – anche nella seconda metà dell’anno il Pil evolverà più o meno agli stessi ritmi dei primi sei mesi, la dinamica continuerà a mantenersi «debolmente positiva», rendendo con ciò plausibile un risultato finale da «zero virgola». Con quali conseguenze sulla tenuta dei conti pubblici?
Alla luce dei più recenti dati congiunturali, l’obiettivo di una crescita 2014 allo 0,8%, come stimato dal Governo nel «Def» di aprile appare sostanzialmente irrangiungibile. Ci si fermerà al di sotto, tra lo 0,4 e lo 0,5 per cento, se nel terzo e quarto trimestre quanto meno riapparirà il segno positivo. In questo caso, poichè il deficit é previsto attestarsi al 2,6% del Pil, si scivolerà inevitabilmente verso il 2,8-2,9 per cento. Per il terzo anno consecutivo, pur rientrando entro la soglia massima del 3%, il deficit nominale non decrescerebbe secondo il timing previsto dalla disciplina di bilancio europea. È vero che Bruxelles guarda più al deficit strutturale (depurato dagli effetti del ciclo) ma anche in questo caso occorrerà assicurare la convergenza verso l’obiettivo di medio termine (il pareggio di bilancio). Non a caso la Commissione Ue chiede di potenziare gli interventi già nell’anno in corso, mentre il governo ha chiesto lo slittamento di un anno (dal 2015 al 2016).
Ci si muove dunque sul filo del 3%, con il rischio potenziale che in caso di ulteriore e non certo auspicabile caduta congiunturale sia a quel punto necessario mettere mano a una manovra correttiva, ancorché contenuta, ipotesi ancora una volta esclusa ieri dal premier Matteo Renzi. È quel che avvenne lo scorso anno quando il governo Letta si trovò nella necessità di correggere i conti per lo 0,1% del Pil (1,6 miliardi). Di certo, in entrambi gli scenari gli spazi a disposizione per politiche di bilancio se pur minimamente “espansive” si riducono al lumicino. Ce la giocheremo con la prossima legge di stabilità, cui è affidato il compito (tutt’altro che agevole) di tagliare la spesa corrente per 17 miliardi, cosi da aprire gli spazi per stabilizzare il bonus Irpef e rispettare gli impegni finanziari già previsti dall’ultima legge di stabilità. Se si determinasse la necessità di correggere il deficit, ben difficilmente si potrebbe evitare a quel punto il ricorso a nuovi aumenti d’imposta.
In un quadro di tal fatta, ogni possibile margine a disposizione (a questo punto per il 2015) va guadagnato metro dopo metro nella trattativa con Bruxelles. Potrà essere in parte il frutto del «miglior utilizzo della flessibilità», secondo le intese raggiunte nell’ultimo Consiglio europeo, ma soprattutto dell’auspicato “dividendo” di nuove e più incisive politiche europee orientate alla crescita e all’occupazione. Sul versante interno, resta fondata l’aspettativa che le riforme strutturali (qualora si riescano effettivamente a realizzare) accrescano il potenziale di crescita dell’economia, accanto all’inziezione di liquidità in arrivo dalla Bce in direzione del sistema bancario. Potrà occorrere del tempo perché gli effetti si manifestino, e dunque ogni residuo spazio a disposizione (anche alzando l’asticella della spending review) andrà indirizzato alla riduzione della pressione fiscale che grava sul lavoro.

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