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Pil debole, l’Europa ci stacca a rischio l’obiettivo di Padoan

La crescita tiene, ma è lenta, debole e l’Italia resta il Calimero d’Europa, in coda alla classifica, se si esclude la Grecia. I dati del Pil, comunicati ieri dall’Istat, dicono che il primo trimestre dell’anno si chiude con un modesto incremento dello 0,2 per cento rispetto ai tre mesi precedenti (0,8 sull’anno) quando la crescita segnò lo stesso ritmo.
L’Eurozona, secondo i dati comunicati in simultanea dall’Eurostat, inaugura il 2017 con un più robusto 0,5 per cento, la Francia seppure in affanno fa lo 0,3 e la Germania già corre allo 0,6. Da segnalare un nuovo fenomeno iberico: la Spagna nei primi tre mesi è cresciuta dello 0,8 per cento e il Portogallo dell’1 per cento; in entrambi i paesi anche l’Fmi segnala recupero di competitività e adeguata spending review.
Per il nostro paese la strada resta in salita. I dati sono sostanzialmente in linea con le stime del governo, che ha fissato la crescita di quest’anno all’1,1 per cento, ma bisogna anche considerare che l’Fmi ci colloca allo 0,8 e i recentissimi dati di Bruxelles allo 0,9 per cento. Qualche segnale positivo viene tuttavia dal secondo trimestre, quello in corso: Ref stima una accelerazione allo 0,4 e l’Upb allo 0,3. Senza contare che il dato dell’inflazione di aprile, all’1,9 per cento, contiene anche una crescita dell’inflazione di fondo (al netto della volatilità del petrolio) che sale di quattro decimi di punto. Tutto naturalmente è affidato alla riuscita delle misure pro-sviluppo in corso d’anno, alla tenuta del rischio- politico (segnalato recentemente da Dbrs, Fitch e S&P) e alla questione del debito che da Bruxelles continuano ad agitare.
E proprio sul debito è intervenuto ieri un dettagliato studio dell’Upb, l’autorità sui conti pubblici, che sfata alcuni luoghi comuni sullo scarso impegno dell’Italia ad affrontare il pesante fardello. Se si scompone il debito dei maggiori paesi, presentandolo sostanzialmente come il risultato tra il peso degli interessi e gli interventi sul bilancio per contenere la spesa, emerge che l’Italia ha fatto i compiti a casa meglio della Germania.
Infatti negli ultimi 21 anni, tra il 1995 e il 2016, il debito pubblico in Italia è cresciuto di 15,7 punti percentuali mentre in Germania di 13,5 punti. La differenza sta nel fatto che la spesa per interessi nel nostro paese avrebbe quasi raddoppiato il conto (facendo risalire il debito di altri 116,5 punti di Pil) ma è stata controbilanciata in vent’anni da un intervento sul saldo primario (cioè entrate e uscite “pure” senza interessi) pari a 48 punti percentuali. La Germania, che pure ha avuto una crescita nominale simile all’Italia e una spesa per interessi più bassa, ha fatto una azione fiscale tale da realizzare avanzi di bilancio di soli 18,4 punti nel ventennio in questione. Vero miracolo quello belga: nel 1995 il rapporto debito-Pil era 130,5 in Belgio e 116,9 in Italia. Pur avendo una spesa per interessi alta come l’Italia, il Belgio è riuscito ad abbattere il debito con interventi sul saldo primario di 61,3 punti. Ed oggi il debito è più basso che in Italia.
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