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Pil e debito pubblico Così il recovery plan Può farli lavorare per noi

Il recupero del Pil e dell’occupazione nel nostro paese non è un atto che si esaurisca nella messa a punto del Pnrr (Piano Nazionale di Resilienza e Rilancio) ma è un percorso di progettazione e poi di implementazione del nostro futuro. Non c’è dubbio che la corretta impostazione del piano, guidata dall’autorevolezza del nostro Governo, è il punto di innesco decisivo. Ma spetterà poi al sistema economico, agli attori sociali, ai governi politici che verranno di ampliare un’onda lunga che permetta all’Italia di crescere e di risolvere i suoi problemi strutturali.

Un contributo alla riflessione importante parte sempre dall’osservazione degli altri, non solo perché l’Italia vive in una famiglia più grande che è l’Unione Europea, ma anche per trarre uno spunto per il dibattito politico interno. Pil e debito pubblico sono dati essenziali per capire cosa è accaduto negli ultimi anni e di conseguenza quali spazi di manovra ci saranno per i prossimi.

Se guardiamo al passato la crescita del Pil italiano è rimasta chiaramente dietro quella della media europea e dei paesi a noi simili. E questo deve porre il primo campanello d’allarme su un tema fondamentale: recuperare 7,78% percentuali del Pil del 2020 (pari a 139,34 miliardi) è un salto di cui il nostro paese non è mai stato capace. Essenziali quindi i 209 miliardi europei, ma senza una forza moltiplicativa che viene dalla progettazione di incentivi e cambi di rotta sarà estremamente difficile.

Se la riduzione del Pil 2020 è un dato comune a molti paesi (non alla Cina e agli USA e questo dovrebbe farci riflettere sull’occasione unica di avere un’Europa più integrata), Francia (-6,05%), Germania (-3,39%) e Regno Unito (-0,31%) hanno mostrato maggiore capacità di tenuta, fatta eccezione per la Spagna (-10.03%) ma tutti accumunati negli anni precedenti da percentuali positive più elevate rispetto a quelle italiane. Molte possono essere le cause, ma la frammentazione eccesiva del tessuto imprenditoriale, la sottocapitalizzazione, l’assenza di grandi imprese globali e i gap territoriali presenti nel paese hanno giocato un ruolo. E va detto che questi numeri sarebbero stati sicuramente peggiori senza quella innata forza italiana che è un misto di flessibilità, creatività e solidarietà, che rappresentano la nostra mano invisibile dietro il Pil. Un’analisi profonda e franca di questo risultato sarebbe un esercizio politico utile per progettare un futuro migliore nei prossimi anni.

L’altro fronte

Altro fronte fondamentale da osservare, che appare dimenticato per effetto della tranquillità dei mercati e dell’azione della Bce, è quello del debito pubblico. Anche qui l’osservazione di quanto è avvenuto è cruciale. Se guardiamo all’ultimo biennio, è evidente come l’Italia avesse già esaurito gli spazi di manovra con il suo 134,6% di debito su Pil del 2019: mentre Francia e Germania hanno potuto agire molto di più sulla crescita del debito nel 2020 (rispettivamente, +11,37% e +14,36%, arrivando al 115,7% e a 65,2% di debito su PIL) per reggere la caduta del Pil, il nostro paese poteva fare ben poco. Ora, con un rapporto fra debito e Pil del 155,6%, scostamenti di bilancio, invocati giustamente per i ristori saranno possibili ma non con la stessa intensità di altri paesi.

Il tema del debito ci porta a riflessioni importanti. La prima è che la dimensione del debito italiano richiede per il futuro una grande attenzione con un riferimento continuo al valore guida della credibilità: solo attraverso questa, un debito pubblico elevato non genera ulteriore spesa per interessi che, occorre ricordarlo, tolgono risorse a spese ben più produttive per il futuro. Credibilità e tassi di mercato bassi hanno consentito di giungere nel 2020 a 57,30 miliardi di spesa per interessi, contenendone l’impatto ma ancora di più si può fare. La Francia ha speso 33 miliardi, la Germania 23 miliardi, la Spagna 31 miliardi e il Regno Unito 55.

La seconda considerazione è la politica di gestione del debito. La distinzione fra «debito buono» e «debito cattivo» non deve essere considerata un via libera ad un uso del debito: viceversa è un chiaro monito a non utilizzare debito se non con obiettivi chiari, definiti e soprattutto finalizzati ad impattare sulla crescita del Pil e dell’occupazione. Ciò significa capacità di progettare, porre condizioni e assicurare un monitoraggio continuo dello stato avanzamento dei progetti stessi. Nessuno ha interesse oggi a inserire criteri rigidi di convergenza sui bilanci pubblici, ma appena il mercato e l’Europa ritorneranno a ragionare su vincoli di buon equilibrio (e d buon senso) dovremo essere pronti.

La terza considerazione, che apre ai temi più stringenti di progettazione del presente, è come agire sul rapporto fra debito pubblico e Pil. Se la riduzione del debito è un lavoro di lungo termine, che richiede (escluse ovviamente manovre traumatiche) un progressivo controllo della spesa, il rapporto chiede di agire soprattutto sul denominatore con meccanismi e incentivi che permettano al Pil di crescere usando meno risorse pubbliche e sempre di più quelle private.

Ma è proprio questo il ruolo possibile del Pnrr e il suo ruolo educativo: aprire la strada ad un processo non di mero trasferimento delle risorse e di occupazione pubblica dell’economia ma di moltiplicazione dell’impatto sul Pil grazie all’attrazione delle risorse finanziarie disponibili su progetti di grande trasformazione (digitale, green, sanitaria, infrastrutture di base), alla crescita decisa della dimensione delle imprese e grazie all’utilizzo dei giusti incentivi e di norme più semplici. I progetti di Francia e Germania, già presentanti in autunno del 2020 vanno esattamente in questa direzione. Per il nostro paese significa affrontare alcuni nodi storici essenziali che riguardano l’equilibrio fra Stato e mercato. Ed è arrivato il momento giusto di farlo.

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