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Pil a crescita zero per la frenata di industria e agricoltura

A dispetto delle previsioni più accreditate l’economia italiana non si è contratta nei mesi primaverili ma è rimasta stazionaria. La stima flash diffusa ieri dall’Istat indica variazioni congiunturali e tendenziali pari a zero e conferma una crescita nulla in termini acquisiti sul 2019. Nel breve commento che accompagna il dato si parla di «sostanziale stagnazione», una condizione che si protrae ormai da cinque trimestri consecutivi. E si imputa la mancata variazione congiunturale a un calo del valore aggiunto dell’industria e dell’agricoltura in parte compensato dal settore dei servizi; comparto sul quale la raccolta dei dati arriva sempre in seconda battuta. Dal lato della domanda, invece, viene segnalato un contributo nullo sia della componente nazionale (al lordo delle scorte) sia di quella estera. Una conferma, quest’ultima, della frenata in corso a livello europeo e globale: secondo il Bollettino economico di Bankitalia del 21 luglio il commercio internazionale quest’anno crescerebbe dell’1,5%, oltre due punti e mezzo in meno rispetto al 2018.

Istat ieri ha anche diffuso il dato preliminare dell’inflazione di luglio: la variazione annuale dell’indice dei prezzi s’è fermata a 0,5%, dallo 0,7% di giugno, segnando il terzo calo consecutivo e un nuovo minimo da 15 mesi, mentre la buona notizia del calo al 9,7% del tasso di disoccupazione si scolora se ricordiamo che era al 5,8% prima della crisi del 2008.

Poco sorpresi gli analisti a fronte della stima preliminare sul Pil che, lo ricordiamo, è suscettibile di correzioni maggiori rispetto alle stime a 60 giorni dalla fine del trimestre. Mentre è amara la considerazione del capoeconomista di Confindustria, Andrea Montanino: «Difficilmente andremo oltre la crescita zero che avevamo previsto o solo di qualche decimale. Anche se avessimo una seconda parte del 2019 più positiva ormai l’anno è compromesso». Secondo Fedele De Novellis, di Ref Ricerche, «gli indicatori congiunturali evidenziano una fase di debolezza destinata a estendersi almeno a tutto il terzo trimestre». La stagnazione inizia a essere prolungata – aggiunge – e con i consueti ritardi, «dai prossimi mesi inizieremo a vederne gli effetti anche sul mercato del lavoro. Gli occupati stabili di giugno potrebbero essere l’inizio di una inversione di tendenza». Per Sergio De Nardis, senior fellow alla Luiss School of European political economy, non ci sono sorprese: «Forse qualcuno temeva il rischio di un segno meno vista la contrazione della manifattura, ma il favorevole andamento dei servizi ha compensato la flessione industriale. Scontando un leggero miglioramento dell’attività economica nel secondo semestre, quando entra in azione quel po’ di stimolo del reddito di cittadinanza, il Pil potrebbe anche chiudere con un incremento dello 0,2%, cioè in linea con la previsione del Def di aprile. Ma al di là del decimale, sempre di stagnazione si tratta». Una condizione dalla quale si deve uscire con politiche capaci di incidere sul potenziale, osserva Lucio Poma, di Nomisma: «Siamo l’ottava economia mondiale e una delle più importanti economie manifatturiere del globo. Con queste qualità un paese normale dovrebbe ambire a una crescita almeno del 2% ogni anno. Invece ci siamo abituati a languire. Sono pressanti e cruciali le questioni strutturali, di politica industriale, che devono essere urgentemente affrontate».

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