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Il pignoramento «eccessivo» non è illegittimo

Non è illegittimo il pignoramento eccessivo, quello, cioè, eseguito su beni il cui valore supera l’importo del credito per cui si chiede tutela in via esecutiva. Lo ricorda il Tribunale di Torino (giudice Ivana Peila) in un’ordinanza del 7 novembre 2016.
La decisione si inserisce in un procedimento di pignoramento presso terzi. Il creditore procedente aveva notificato l’atto di pignoramento a diciannove banche, ma solo quattro istituti avevano reso una dichiarazione positiva. L’importo complessivamente bloccato con i pignoramenti era quindi risultato maggiore del credito aumentato della metà (articolo 546, comma 1, del Codice di procedura civile). Così la società debitrice aveva chiesto che l’esecuzione fosse limitata al pignoramento presso un determinato istituto bancario (articolo 546, comma 2, dello stesso Codice), mentre il creditore procedente ne aveva indicato un altro. E il giudice, «nel rispetto del principio generale secondo cui la scelta del mezzo di espropriazione spetta al creditore (articolo 483 del Codice di procedura civile)», ha dichiarato inefficaci tutti i pignoramenti presso terzi a eccezione di quello indicato dal creditore.
Nel chiedere la riduzione del pignoramento, la debitrice aveva domandato anche la condanna del creditore per responsabilità aggravata in base all’articolo 96, comma 2, del Codice di procedura civile; norma, questa, per la quale il giudice, che accerta l’inesistenza del diritto per cui è stata iniziata l’esecuzione forzata, condanna al risarcimento dei danni il creditore procedente che ha agito senza la normale prudenza.
Il tribunale respinge la domanda, giacché il «pignoramento “eccessivo” non è illegittimo di per sé». Infatti, anche quando il valore dei beni sottoposti a pignoramento supera il credito per cui si procede, comunque non si ha esercizio dell’azione esecutiva per un credito inesistente; in questo caso, il debitore può ricorrere al giudice dell’esecuzione per ottenere la liberazione dei beni espropriati o la riduzione del pignoramento (articoli 483 e 496 del Codice di rito civile). Peraltro, nei pignoramenti presso terzi, il creditore «non conosce, neppure in via approssimativa, l’entità dei beni che intendere sottoporre a vincolo» né, quindi, può sapere «in anticipo l’esito del pignoramento».
Solo, dunque, in ipotesi di abuso del mezzo esecutivo dovuto a dolo o colpa grave si giustifica la condanna del creditore per responsabilità aggravata. E ciò avviene – prosegue il giudice, citando la sentenza 6533/2016 della Cassazione – quando «sia accertata l’inesistenza del diritto per cui è stata iscritta l’ipoteca giudiziale».
Nel caso in esame, il creditore non si era opposto alla domanda di riduzione del pignoramento avanzata dalla società debitrice; anzi, dopo le dichiarazioni positive pervenute da quattro banche, aveva rinunciato all’assegnazione delle somme pignorate in eccesso. Peraltro – aggiunge il tribunale -, se la società debitrice avesse indicato all’ufficiale giudiziario l’istituto bancario presso cui era depositata una somma sufficiente a soddisfare la pretesa del creditore, quest’ultimo «non sarebbe stato costretto a notificare l’atto di pignoramento presso terzi ai diciannove istituti bancari».
Così il tribunale ha escluso che il creditore fosse incorso in responsabilità aggravata.

Antonino Porracciolo

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