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Pignoramenti, esuberi e assunzioni forzate La privatizzazione (kafkiana) della Croce rossa

Che un ente pubblico sia costretto a vendere immobili per pagare gli stipendi non può essere considerata una cosa normale. Meno che mai se l’ente pubblico in questione è la Croce rossa, che ancora gestisce in parte del Paese il servizio di emergenza sanitaria. Se poi ci mettiamo il fatto che non è la conseguenza di una crisi aziendale, ma di una legge fatta male, lo scenario è completo. 
Questa storia kafkiana comincia nel 2012, quando il governo di Mario Monti, di fronte ai 170 milioni l’anno che lo Stato italiano tira fuori per finanziare la Croce rossa, decide che va privatizzata. Soltanto che lo fa in un modo tale per cui quella privatizzazione risulta impossibile. La Croce rossa è organizzata in una struttura centrale e in varie articolazioni territoriali. La legge prevede un percorso in due fasi: prima la privatizzazione delle organizzazioni provinciale, quindi lo scioglimento e la messa in liquidazione degli apparati centrali. E qui viene a galla il primo problema, ovvero quello degli esuberi. Al primo ottobre 2014 i dipendenti erano 3.176. Ovvio che nel momento in cui viene privatizzato un ente pubblico si possa produrre subito una certa eccedenza di personale. Sono stati calcolati 973 esuberi.
Ma in questo caso non esiste un piano preciso per gestire la faccenda, né sono state messe a diposizione risorse per affrontare la spinosa questione. Se non l’offerta ad alcune figure professionali, in tutto 764 dipendenti, della possibilità di optare fra rimanere nei ranghi dell’ente Croce rossa, traghettare in un’altra amministrazione pubblica oppure farsi assumere dalle 636 organizzazioni provinciali già privatizzate.
In tutti i casi, chi decide di cambiare ci rimette qualcosa. E così quelli che decidono di passare alle strutture privatizzate sono soltanto 13: l’1,7 per cento del totale. Mentre appena 65 scelgono la strada di un’altra amministrazione pubblica. La maggior parte, circa 700 persone che dovrebbero cambiare casacca, resta dunque sul groppone della Croce rossa. Che si trova già, per inciso, alle prese con un problema ancora più grosso.
Perché ci sono circa 1.400 precari che da anni rivendicano l’assunzione in pianta stabile. Poco interessa a costoro, e dal loro punto di vista comprensibilmente, che sia in atto la privatizzazione. Vogliono solo il posto di lavoro fisso. La cosa si trascina dal 2007, quando una legge fatta al tempo del secondo governo di Romano Prodi sancisce che tutto questo personale dev’essere stabilizzato. Salvo poi lavarsene le mani. Nel senso che la concreta applicazione di quel provvedimento viene demandata a un accordo fra lo Stato e le Regioni. Accordo che però nessuno si sente in gradi di fare: la patata bollente, che nessuno vuole prendere in mano, passa così ai tribunali, dove piovono causa di lavoro a raffica. Al 15 luglio scorso avevano fatto ricorso in 1.247, mentre già in 467 avevano avuto ragione in primo grado e 309 in secondo.
L’impatto finanziario risultava impressionante. Dal 2006 la Croce rossa ha pagato sentenze per 31 milioni di euro, di cui circa metà soltanto negli ultimi due anni. Tanto che per far fronte al diluvio di cause la Coce rossa deve farsi prestare i soldi dal Tesoro. E siccome non gli bastano nemmeno, ecco una mitragliata di decreti ingiuntivi e pignoramenti.
Penserete: qualcuno, a un pasticcio così grande, ci metterà una pezza. Nemmeno per sogno. Basta dire che ancora siamo in attesa dei decreti attuativi di quella riforma approvata nel 2012. E della cosa non si è occupato il governo di Enrico Letta, forse alle prese con questioni considerate ben più gravi. Ma nemmeno l’esecutivo di Matteo Renzi, che per carità di patria non ha fatto altro che spedire ancora una volta la palla in tribuna. Cioè, ha rinviato al primo gennaio del 2016 il termine del processo di privatizzazione con il consueto decreto milleproroghe. Ora c’è chi pensa a una scappatoia: utilizzare come veicolo per il personale in eccesso la mobilità dei circa 20 mila esuberi delle Province.
La conseguenza di questo enorme pasticcio dovuto soprattutto all’insipienza della politica ce l’hanno sotto gli occhi i cittadini milanesi. Da giorni Gianni Santucci racconta sulle pagine milanesi del Corriere la storia dei circa 200 lavoratori della sede regionale lombarda della Croce rossa che timbrano il cartellino e dicono di non aver niente da fare: sono fra coloro che non hanno accettato di transitare alla parte privatizzata. Con l’incredibile paradosso che lunedì scorso una persona che si è infortunata lì dentro ha dovuto addirittura chiamare con il 118 un’ambulanza del servizi ormai privato.
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