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Piccolo è sempre meno bello

Doppio rischio sulla via dell’Unione bancaria. Se il 2014, come stabilito dal Consiglio europeo del 29 giugno 2012, sarà l’anno della svolta per il mondo del credito del Vecchio continente, a quell’appuntamento le banche arrivano ingolfate da impegni e scadenze.
Primo impegno: normativo. La Vigilanza affidata alla Banca centrale europea che entrerà in vigore fra meno di un anno, impone ai singoli istituti una profonda revisione dei modelli di organizzazione interna. Al di là del gap linguistico nel comunicare con il regolatore che sta a Francoforte, le banche, anche le banche più piccole (popolari e Bcc), dovranno adeguare i loro modelli interni conformemente alle indicazioni che arrivano dall’Europa (Sepa, Basilea3, il Manuale unico di vigilanza). La cosiddetta compliance rischia di trasformarsi, specie per gli istituti di minore dimensione, in un costo insostenibile, distorsivo della concorrenza.
Secondo impegno: le regole di Basilea 3 impongono severi criteri di patrimonializzazione. Più capitale per far fronte alle mareggiate della crisi e per poter finanziare lo sviluppo delle imprese senza andare in affanno. Ma la costituzione dei due fondi, Srm e Dgs (vedi grafico in pagina), che partono dal principio totalmente condivisibile — ribadito su queste pagine la scorsa settimana da Mario Nava, direttore dell’unità Istituzioni finanziare della Comunità europea — secondo cui le crisi delle banche non devono far ricadere i loro effetti sulla totalità dei contribuenti, porta a un ulteriore onere per gli stessi istituti di credito.
I fondi, infatti, vanno finanziati anticipatamente, dalle banche stesse. Quindi, un’ulteriore uscita di cassa e un gravame suppletivo: il principio che ha ispirato Bruxelles è infatti la divisione delle banche tra sistemiche e non sistemiche. Da un lato le Too big to fail, dall’altro le Too small do be saved, troppo piccole per essere salvate. Fin qui, possiamo considerare di essere nell’ambito della selezione darwiniana. Ma se tutte le banche dovranno partecipare alla costituzione e al finanziamento del fondo Srm, solo le grandi potranno accedervi. Le piccole non ne beneficeranno mai.
Effetto pro-ciclico
C’è poi un rischio collaterale evidente. Questa uscita di risorse, rischia di favorire il ciclo della crisi economica, anziché interromperlo. Le incongruenze di questa architettura sono state presentate la scorsa settimana alla Commissione Finanze del Senato da Sergio Gatti, direttore generale di Federcasse, che unisce le 338 banche di credito cooperativo e casse rurali italiane. «Auspichiamo — ha detto Gatti — che il sistema di risoluzione delle crisi (Srm) non disattenda il principio di proporzionalità, tenga conto della dimensione e dei modelli di business degli imprenditori e non rappresenti un nuovo, insostenibile costo». Per quest’ultimo punto, in particolare, Federcasse chiede che non siano smantellati i fondi nazionali di risoluzione. La partita è aperta.
Fronte unito
Le pressioni europee stanno producendo l’effetto di compattare il fronte composto da banche e imprese. A margine di un convegno dell’Aspen Institute a Milano, sul futuro del credito in Europa, un manager di una delle quattro prime banche italiane, ha rilevato un nuovo «clima di convergenza e di reciproco aiuto tra banchieri e imprenditori. È chiaro ormai a tutti che non è più possibile sostenere aziende decotte e che le banche, come le aziende, hanno parametri rigidi da osservare». Altri, invitano a guardare altrove. In Germania, ad esempio, dove il panorama creditizio, molto ben rappresentato fuori dai confini, vive quotidiane incongruenze. In Germania, infatti, solo due banche sono effettivamente private, Deutsche e Commerzbank. Gli altri duemila istituti tedeschi sono in gran parte sotto il controllo pubblico: 10 sono casse di risparmio statali, 450 sono casse di risparmio comunali, 1.100 sono banche cooperative. Le Landesbank, una sottocomponente delle casse di risparmio, secondo l’Ocse, hanno un rapporto tra utile netto e attivo pari allo 0,26 per cento, rispetto a una media dello 0,94 per cento e allo 0,91 per cento delle banche italiane. Cifre che denunciano poca efficienza. Secondo Moody’s — dati dell’estate 2012 — le principali banche locali tedesche avevano una esposizione al rischio superiore ai 250 miliardi di euro. Ma questi istituti, che continuano a finanziarsi presso l’equivalente della Cassa Depositi e Prestiti, non entreranno sotto la Vigilanza della Bce, perché le Landesbank hanno tutte asset inferiori ai 30 miliardi. Da più parti si chiede: a quanto ammontano le sofferenze complessive del sistema bancario tedesco?
Esclusioni e scadenze
Intanto, la marcia di avvicinamento all’Unione bancaria procede spedita. «L’auspicio — sottolinea un banchiere — è che dal meccanismo di bail-in, che prevede il coinvolgimento degli obbligazionisti negli eventuali default delle banche, siano esclusi i possessori dei titoli retail, del tipo plain vanilla. Sono titoli che con l’investimento nel capitale non c’entrano nulla. Abbiamo avuto assicurazioni dalla commissione che sarà così, attendiamo di vederlo nero su bianco». I tre pilastri dell’Unione bancaria, vedi tabella, trovano il loro fondamento nel fiscal backstop (l’ultima istanza), lo European stability mechanism (Esm), un fondo finanziato con risorse pubbliche dagli stati membri dell’Ue con una dotazione di circa 700 miliardi di euro. La Dgs dovrà essere definita entro il 31 dicembre 2013 ed entrerà in vigore un anno dopo, il 1° gennaio 2015.

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