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Piazzetta Cuccia e i legami travagliati con l’ex grande socio

Sulla fine della saga assicurativa della famiglia Ligresti è noto che un ruolo di primo piano l’ha avuto Mediobanca. Ma questa è la storia recente, perché le prime crepe nei rapporti tra Piazzetta Cuccia e il costruttore siciliano risalgono in realtà a più di dieci anni fa, ai tempi cioè dell’operazione Fondiaria-Sai, nonostante fosse stato proprio l’allora ad Vincenzo Maranghi a chiamare in partita Salvatore Ligresti per sottrarre la compagnia fiorentina alla cordata Fiat-Edf che stava per conquistare Montedison.
Proprio dal finanziamento di quell’operazione deriva il credito subordinato che Mediobanca ha nei confronti del gruppo assicurativo, salito dai circa 800 milioni fino al 2008, quando ha raggiunto il livello attuale di 1,1 miliardi. Spalancate le porte a Sai, l’idillio col costruttore si incrina subito su Fondiaria. L’accordo con Maranghi era che la quota dei Ligresti sarebbe rimasta sotto il 30% nella compagnia fiorentina e che alla guida del gruppo risultante dalla fusione con Sai sarebbe rimasto Roberto Gavazzi, che l’aveva risanata dopo la gestione Gardini. Non andò così, né per la quota azionaria né per il destino professionale del manager vicino a Piazzetta Cuccia, che fu estromesso dalla nuova proprietà senza tanti complimenti al punto che finì per promuovere una causa di lavoro. In appoggio a Gavazzi e agli accordi presi, Maranghi scrisse una lettera a Ligresti – che è agli atti delle cronache – nella quale sconsigliava di inserire nei consigli figli, parenti e amici, perché un gruppo assicurativo delle dimensioni di quello che sarebbe nato dalla fusione Sai-Fondiaria non poteva avere una connotazione familiare e avrebbe dovuto invece essere gestito in maniera indipendente e coerente con una struttura ad azionariato diffuso. Fatto sta che dopo Gavazzi, per una breve stagione al timone del gruppo approdò un altro manager vicino a Mediobanca, Enrico Bondi che finì per scontrarsi con la proprietà sugli stessi argomenti e nel giro di sei mesi fece le valigie, lasciando così campo libero ai Ligresti che affidarono FonSai a Fausto Marchionni, con i figli del capostipite Salvatore piazzati al vertice di tutti gli anelli della catena societaria: Giulia in Premafin, Jonella in FonSai e Paolo nella Milano. Quanto a Maranghi, la fine della sua carriera in Mediobanca fu decisa in un summit di un pomeriggio domenicale proprio nell’abitazione di San Siro di Salvatore Ligresti, un incontro al quale partecipò tra gli altri il vice-presidente di Piazzetta Cuccia Cesare Geronzi, cui di fatto passò il testimonial di referente per la famiglia siciliana.
Dopo Bondi, alla guida di FonSai non arrivò comunque più alcun manager di fiducia di Mediobanca che, per disposizioni Antitrust, fu anche costretta a uscire dal capitale della compagnia, cedendo con un equity swap nel febbraio del 2003 il suo pacchetto del 15%. Non si sa che ruolo abbia avuto la famiglia Ligresti nel “provocare” questa uscita, della quale però Jonella in colloqui privati rivendicò il merito.
Da allora il rapporto tra Mediobanca e FonSai fu solo quello del finanziatore nei confronti di un’affidata. Oggi si scopre che quell’affidamento si basava su bilanci falsi, mentre ancora nel 2008, l’ultimo anno prima del precipitare della situazione, le agenzie di rating avevano alzato il giudizio sulla compagnia da BBB+ ad A-. Bene, ma come è possibile che una banca esperta come Mediobanca fino ad allora avesse continuato a finanziare i Ligresti senza accorgersi di nulla? Il problema è che il buco era nascosto nelle riserve sinistri, impossibile da identificare dall’esterno senza collaborazione dall’interno.
Si arriva così ad anni più recenti quando l’Isvap cominciò a segnalare che i margini di solvibilità erano, per usare un eufemismo, sotto stress. L’aumento di capitale da 450 milioni, avviato nella primavera-estate del 2011, non si rivelò risolutivo in tal senso. Tant’è che nel dicembre di quell’anno Mediobanca, preoccupata per i suoi crediti (per la compagnia il rischio era la perdita della licenza assicurativa), scrisse la lettera nella quale, sollecitando un’ulteriore ricapitalizzazione da almeno 600 milioni, si offriva di garantire l’operazione. L’ad di Mediobanca, Alberto Nagel, cercò anche un acquirente che non trovò fino a quando individuò Unipol che nel gennaio 2012 firmò il preliminare. E nel luglio del 2012, pochi giorni prima che la Consob negasse alla famiglia il diritto di recesso, Nagel, per cercare di vincere le ultime resistenze, siglò il famoso “papello” – che gli è costato un avviso di garanzia – con le stravaganti richieste dei Ligresti per farsi da parte.

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