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Piazza Cordusio in equilibrio per Basilea 3

Morya Longo e Fabio Pavesi

Non l'ha fatto guardando all'Italia o alla mina dei BTp. L'ha fatto più osservando la Svizzera. Perché il maxi-aumento di capitale annunciato ieri dal gruppo UniCredit per 7,5 miliardi di euro ha un obiettivo ben preciso: mettersi a posto sin da ora con le nuove normative di Basilea. Se avesse ascoltato solo la richiesta avanzata dall'Eba (l'autorità delle banche europee), il gruppo avrebbe potuto limitarsi a 5 miliardi di aumento di capitale. Ma, come tutti gli analisti si aspettavano, ha annunciato un rafforzamento patrimoniale in linea con quanto richiesto proprio da Basilea 3. Ha poi fatto pulizia sui bilanci (e sull'era-Profumo), svalutando non solo gli avviamenti per ben 9,5 miliardi ma anche i crediti dubbi. L'obiettivo è di presentare sul mercato una banca pulita, che chiuda con gli eccessi (shopping a go go) del passato. Il problema è che, alla fine, il costo del capitale supererà il suo ritorno.

Le opportunità

Per capire la logica dell'aumento di capitale di UniCredit, bisogna guardare al contesto. Basilea chiede un rafforzamento patrimoniale, con obiettivi di medio e lungo termine. Nel breve, invece, l'Eba chiede di aumentare il capitale in base al valore dei titoli di Stato in portafoglio. In questo contesto, UniCredit ha deciso di prendere il toro per le corna: realizzare un rafforzamento di capitale che soddisfasse tutti sin da subito.

L'Eba chiedeva 7,4 miliardi (che diventano 5 miliardi considerando i titoli cosiddetti "cashes"). Basilea 3, invece, chiedeva ancora di più. Così UniCredit ha annunciato un aumento da 7,5 miliardi: questo porterà il Core Tier 1 (il coefficiente di solidità chiave per Basilea 2) al tranquillo 10,35% e il Common equity Tier 1 (il coefficiente chiave per Basilea 3) al 9% del 2012 e oltre il 10% nel 2015. Cifre che mettono la banca in sicurezza.

Se siano i 7,5 miliardi la cifra giusta, sarà però il futuro a stabilirlo. I vertici di UniCredit pensano sia addirittura eccessiva, tanto che prevedono nei prossimi 4 anni (a partire dall'esercizio 2012) di restituire agli azionisti esattamente 7,5 miliardi sotto forma di dividendi: se così fosse, per gli investitori sottoscrivere questo aumento di capitale sarebbe quasi un "prestito". Ma è anche possibile che i 7,5 miliardi possano essere pochi: se l'economia italiana continuasse a peggiorare facendo aumentare i crediti dubbi (già ora ammontano a 71,6 miliardi lordi) e se sui titoli di Stato si andasse incontro a svalutazioni, allora per le banche come UniCredit il pozzo del capitale potrebbe essere senza fondo.

Settore in crisi e aumenti bruciati

Il passato certo non rincuora. UniCredit dal 2008, includendo questo nuovo aumento, ha chiesto soldi al mercato per 14,5 miliardi. Un cifra che vale l'attuale valore di Borsa e che rappresenta la metà del valore di mercato del 2010. Non è stato certo un affare per gli azionisti, che hanno visto andare in fumo buona parte dei soldi fino ad ora versati. In mezzo c'è stata la tempesta, con i titoli bancari che hanno dimezzato le quotazioni. Ma il paradosso resta: la banca vale oggi sul listino 15 miliardi, pur avendo alla fine di quest'aumento un patrimonio netto di circa 60 miliardi. O sbaglia il mercato, o i vertici di UniCredit hanno ragione quando dicono che l'istituto è fin troppo capitalizzato.

Per intenderci: Deutsche Bank – secondo i dati Reuters – ha capitale per 52 miliardi e vale in borsa 27 miliardi. Ubs (che fa un mestiere più rischioso della banca italiana) ha patrimonio per 52 miliardi di franchi svizzeri e vale in Borsa oltre il doppio di Piazza Cordusio. Per non parlare della spagnola Santander: sebbene sia imbottita di titoli di Stato locali, continua a valere in Borsa tre volte più di UniCredit, pur avendo solo 10 miliardi in più di patrimonio. Il capitale non c'entra. C'entra il rischio-paese: è qui che il toro andrebbe preso per le corna.
 

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