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Piazza Affari torna ai livelli pre-crisi

Seduta da incorniciare quella di ieri per le Borse, una giornata suggellata da nuovi record per molti indici azionari: da New York a Francoforte, passando per Milano e Madrid. Primati dal peso differente, certo, perché se quelli registrati dall’S&P di New York e dal Dax di Francoforte (+2,03% ieri) possono fregiarsi dell’appellativo di «assoluto», livelli simili a Piazza Affari (+1,6% ieri) e sul listino spagnolo (+1,38%) si potevano trovare anche nell’estate del 2011, quella dello scoppio della crisi del debito.
A conti fatti, pur superando ieri la quota psicologica ed evocativa dei 20mila punti, il Ftse Mib viaggia ancora su valori inferiori del 55% a quelli raggiunti nel 2007 (per non parlare dei 50mila punti sfiorati nel 2000, in piena bolla internet), mentre la distanza di Madrid dai picchi raggiunti oltre 6 anni fa è soltanto, si fa per dire, del 34 per cento. Confronti come questo aiutano a capire perché i mercati di Italia e Spagna siano i più esuberanti da inizio anno (con rialzi attorno al 6%) e anche negli ultimi mesi. Così come l’evidente sovrappeso dei titoli finanziari nei due indici (37% della capitalizzazione complessiva di Piazza Affari e addirittura il 48% di Madrid) contribuisce come ieri a fare il bello e il cattivo tempo per entrambi.
Sullo sfondo resta ovviamente il tema dell’enorme liquidità ancora in cerca di collocamento e diretta dagli investitori dove ancora si intravedono margini di guadagno. Non per niente ieri sono piovuti acquisti anche sui titoli di Stato «periferici»: Italia (il BTp decennale è sceso al 3,86%, con il differenziale sulla Germania a 204 punti base), Spagna (3,76% e 193 punti), ma soprattutto Portogallo. Lisbona è in effetti la vera vincitrice di ieri, con tassi sui 10 anni in discesa al 5,14% (minimi dall’agosto 2010 e 331 punti sul Bund) che avvicinano il rientro effettivo sul mercato dei bond a medio-lungo termine: ieri l’agenzia del debito portoghese ha collocato titoli a 3 mesi e un anno per complessivi 1,2 miliardi di euro a tassi inferiori all’1% in entrambi i casi, ma soprattutto ha preannunciato un’emissione a 5 anni via sindacato «nel prossimo futuro».
Ieri infatti si tendeva a spiegare il ritorno dell’appetito per il rischio degli investitori dopo la breve, ma intensa, pausa di lunedì con le notizie per certi versi favorevoli provenienti dal panorama macroeconomico (la crescita del surplus commerciale europeo, il balzo migliore delle attese dell’indice Empire State sull’attività manifatturiera nell’area di New York) e anche dal mondo aziendale (i dati trimestrali brillanti diffusi da Bofa-Merrill Lynch, dei quali si parla a pagina 30). Dati che, per inciso, hanno anche propiziato il recupero del dollaro, che ha ricacciato l’euro poco sotto quota 1,35. Ma è altrettanto evidente come si sia restaurata sui mercati quella dinamica di fondo in atto già negli ultimi giorni del 2013 e che dà l’impressione che gli investitori abbiano ormai preso le misure al temuto «tapering» della Federal Reserve.
Dopotutto la sovrapposizione fra la progressione recente dell’indice S&P 500 (il più importante di New York e quindi del mondo) e la crescita del bilancio della Federal Reserve (che ormai supera i 4mila miliardi di dollari per effetto dei continui riacquisti di asset Usa operati da Washington) è pressoché perfetta. Ed è ormai chiaro a tutti che queste iniezioni di denaro nel sistema non cesseranno di colpo, anzi. Ieri la Fed ha compiuto le consuete operazioni sul mercato aperto (Pomo) per quasi 5 miliardi di dollari e Wall Street ha immediatamente raggiunto i massimi: uno scenario che sembrerebbe destinato a durare ancora a lungo, come promette il rientro «soft» delle misure di stimolo delineato dai banchieri Usa. «Una politica monetaria ultra-accomodante continuerà a sostenere la ripresa», diceva ieri Charles Evans, presidente della Federal Reserve di Chicago e membro del board di Washington. Il mercato evidentemente ci crede, e continua a perseverare con la sua esuberanza.

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