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Piazza Affari, i titoli resistenti. Hanno tenuto testa a tre Orsi

Come navigare nei mari tempestosi della volatilità? Con i titoli scialuppa. Quelli che, nella storia più recente, anche nelle fasi di maggiore turbolenza si sono comportati meglio del mercato, o perlomeno hanno contenuto le perdite. Una lista di società a larga capitalizzazione con una presenza forte a livello internazionale e una posizione di leadership in settori di nicchia e anticiclici. Questo l’identikit fatto da L’Economia del Corriere dopo avere condotto un’analisi sulla performance delle società in occasione delle flessioni più profonde di Piazza Affari nel corso degli ultimi 10 anni. I risultati sono riportati nella tabella e mettono in evidenza, tra gli altri, Recordati e Campari, stabilmente ai vertici delle classifiche.

Elementi chiave

Le correzioni del mercato sono un elemento chiave della ciclicità di un mercato azionario ma occorre saper distinguere tra le flessioni di breve termine, solitamente nell’ordine del 10% dai massimi di periodo, dalle fasi ribassiste più prolungate, ovvero un calo di almeno il 20% dal picco, che di solito derivano da gravi squilibri economici che possono addirittura comportare una recessione. A partire dal 2009, sull’indice S&P 500, sono state calcolate almeno 6 correzioni di mercato, pur all’interno di un percorso che ha portato l’indice a un rendimento totale cumulativo, ovvero inclusivo anche del reinvestimento dei dividendi, superiore al 300%.

In Piazza Affari le cose sono andate diversamente. L’indice si trova circa il 20% sotto dei livelli del 2009 ed ha assistito a ben tre fasi ribassiste prolungate. La prima durata un anno tra il 2011 e il 2012 con una flessione che è arrivata a superare il 40%, la seconda di poco meno di un anno che ha portato il mercato in calo sino al 38% e la più recente che si è realizzata tutta nel corso del 2018 che ha portato Piazza Affari a perdere sino al 27%.

Ribassi che possono mettere in crisi anche i nervi più saldi. Nell’attuale contesto macroeconomico le problematiche non sembrano essere così gravi da causare una recessione nel breve termine, ma certamente richiedono un monitoraggio nel corso dell’anno e probabilmente anche nel 2020. Per cautelarsi di fronte a queste eventualità, ovvero di una nuova flessione del listino una diversificazione ovvero maggiore attenzione verso i titoli «scialuppa» potrebbe rivelarsi una soluzione vincente.

Come ricordato in cima alla lista della classifica si trova Campari, che in tutte e tre le ultime fasi di ribasso ha messo a segno una performance positiva. La più brillante nel 2011 quando fu l’unico titolo del listino a chiudere la fase Orso con una performance positiva: +15%. Nel 2019 le cose stanno andando ancora molto bene: da inizio anno il rialzo sfiora il 20%, quasi il doppio della Borsa di Milano. Un rally che tuttavia non spaventa il mercato. Ubs ha infatti da poco alzato il prezzo obiettivo da 7,7 a 9,3 euro, confermando la raccomandazione neutral.

Gli analisti hanno migliorato le stime: «dopo i forti conti del primo trimestre». Le attese sui ricavi degli analisti della banca d’affari svizzera sono salite dell’1,9% sul 2019, del 2,5% sul 2020 e del 3,2% sul 2021. Più prudente invece Morgan Stanley che ritiene la valutazione del produttore italiano dell’Aperol troppo elevata, portando la propria raccomandazione a underweigth (sottopesare in portafoglio ndr) da equalweigth ma alzando il prezzo obiettivo a 7,90 euro da 6 euro. Il broker statunitense ritiene che Campari sia una «società di alta qualità», ma non offra una crescita del fatturato, un margine, una generazione di cassa e rendimenti sufficientemente superiori a quelli del mercato per giustificare il suo premio in termini valutativi. Il titolo infatti sarebbe scambiato con un premio dell’85% rispetto al più ampio universo dei titoli di beni di prima necessità, e il premio rispetto al settore è quasi raddoppiato negli ultimi 12 mesi.

Anche Recordati si è messa in mostra nella speciale categoria dei salvagenti. Nel mercato Orso del 2015 fece un balzo in avanti del 20% rispetto al -38% del listino mentre nel 2018 ha resistito chiudendo piatto una stagione che è invece costata quasi il 30% di rosso a Piazza Affari. Da inizio gennaio 2019 il bilancio è ancora lusinghiero: +25%, tornando sui massimi di tutti i tempi, toccati nell’ottobre del 2017. Cifre che potrebbero essere presto superate. Almeno questa è la posizione di Jefferies che ha appena confermato il giudizio buy (comprare) e il prezzo obiettivo a 38 euro, dopo la US Healthcare Conference. In quella occasione il management ha ribadito i propri obiettivi per il 2021, con un tasso composto medio annuo di crescita (Cagr) dei ricavi dell’8%, del 9% a livello di marginalità, e una crescita anche non organica, ovvero con il contributo delle acquisizioni.

Adriano Barrì

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