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Piazza Affari, tasse giù grazie alle holding e agli accordi fiscali

Qualcuno ha provato ad andare all’estero, qualcuno ha cercato un accordo privato col fisco, ma nessuna delle Blue chip italiane è riuscita ancora a pagare così poche tasse come quelle che versano, o non versano, i colossi del web. Apple se l’è cavata con soli 318 milioni di euro a fronte di una presunta evasione di 880 milioni. Google con 306 milioni ha sanato tutto quello che la riguardava dal 2002 ad oggi.
Un bello sconto se si pensa che nel 2016 le regine di Piazza Affari hanno versato al Fisco oltre 11 miliardi di euro e che ben poche sono riuscite ad avere un tax rate, il rapporto tra imposte pagate e utile prime delle tasse, inferiore all’aliquota Ires (27,5%). Eni ed Enel insieme hanno pagato 4 miliardi di tasse. E altri 700 milioni sono arrivati da Poste e Terna. Per l’anno in corso è previsto l’aiutino voluto dal governo Renzi che ha abbassato l’Ires al 24%, ma non sarà così per tutti perché per le banche è prevista un’aliquota aggiuntiva del 3,5% lasciando di fatto le imposte invariate.
Non si può certo dire che l’Italia sia un paradiso fiscale, ma anche qui esistono alcune eccezioni da far invidia alle isole caraibiche: è così per le holding, le società che vivono delle loro partecipazioni, e per quei gruppi che hanno colto al balzo l’opportunità offerta, sempre dal governo Renzi, di stringere accordi col Fisco, i cosiddetti Patent box, introdotti in Italia proprio mentre la Ue voleva bandirli dopo lo scandalo Luxleaks. Le holding vivono di dividendi che incassano dalle controllate: sono queste a pagare le tasse e per evitare una doppia tassazione degli utili distribuiti la riforma Tremonti aveva pensato di esentare il 95% dei dividendi e sottoporre al setaccio del Fisco solo il restante 5%. Tra le Blue chip, sono Mediobanca, Atlantia, la società della famiglia Benetton, ed Exor della famiglia Agnelli, i gruppi che più ne hanno beneficiato. Piazzetta Cuccia ha fatto la metà dei suoi utili con i dividendi delle partecipate, soprattutto Generali: su 377 milioni di cedole ha pagato solo 7 milioni di tasse, abbassando così il suo tax rate complessivo al 17,4%. Atlantia, a livello consolidato, ha versato 434 milioni di imposte con un tax rate tutto sommato basso, pari al 24,4%, ma a livello di holding ha fatto il colpaccio: su 918 milioni di utili pretasse ha pagato solo 5,7 milioni di euro per un tax rate dello 0,62%. Exor ha fatto più o meno lo stesso. A livello di gruppo, le sue società, tra cui Fca, Cnh e Ferrari, hanno versato complessivamente tasse per 1,9 miliardi, mentre la controllante avrebbe pagato solo 6 milioni di euro, in linea con Atlantia, se non avesse dovuto pagare la Exit tax, l’imposta che il Fisco italiano impone a chi sposta la propria sede e i propri asset all’estero, per 170 milioni di euro. E’ un balzello d’addio al proprio Paese che saluta le società che emigrano tassando i loro asset come se fossero venduti. Exor, trasferitasi in Olanda, l’ha dovuto fare a differenza invece di Fca, che pur essendosi spostata in Inghilterra, ha mantenuto buona parte dei propri asset in Italia. Nel Regno Unito Fca è sottoposta a un tax rate del 20%, ma ha ugualmente pagato tasse più elevate con un carico finale superiore al 40%, perché hanno influito negativamente le attività Usa, tassate a livello corporate al 35%. Rimanendo nel mondo Exor, Cnh, pur con un risultato preimposte negativo, ha dovuto pagare tasse per una multa Ue per concorrenza sleale, mentre Ferrari, che ha sede fiscale in Italia, ma ricavi in giro per il mondo, ha pagato solo 167 milioni di tasse (tax rate 29,45%). E potrebbe abbatterle ulteriormente se stringesse, come anticipa nel suo bilancio, un accordo col fisco su marchi, brevetti e proprietà intellettuali. Proprio come hanno fatto due campioni del lusso, Ferragamo e Tod’s. La prima ha pagato 32 milioni di tasse in meno grazie al Patent box siglato a dicembre dello scorso anno, la seconda ha risparmiato 7 milioni di euro. Chi invece gode pienamente della sua sede fiscale estera (Olanda) è Stm: il leader globale dei microchip ha un tax rate del 17,6%.

Walter Galbiati

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