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Piazza Affari soffre per tasse e cambio

L’indice italiano, il Ftse Mib, da una decina di mesi – più o meno dallo scorso settembre – è ingabbiato nell’area 15.000-18.000 punti e continua a muoversi lateralmente senza grandi spunti. Al momento è un po’ sopra la fascia di supporto (gli ultimi giorni ha oscillato fra i 15.000 e i 15.300 punti), ma non ha direzionalità.
Le possibili via d’uscita non sono molte, secondo gli analisti tecnici. Potrebbe esaurire la lateralità scendendo sotto i 15.000 punti (e questa sarebbe una Caporetto, perchè a quel punto potrebbe scendere senza rete). Oppure continuare così, senza arte nè parte, in un contesto sostanzialmente opaco e con un progressivo deterioramento del quadro generale. Solo oltre i 16.500 punti potrebbero porsi le condizioni per la riconquista di 18.000 e, successivamente, per un vero rialzo.
Il problema, sottolinea Francesco Caruso, analista tecnico indipendente e animatore del sito www.cicliemercati.it, è che «il nostro mercato è imballato e poco efficiente, perchè il rendimento è scarso e la volatilità elevata. Poi c’è anche da considerare, e questa è la vera spada di Damocle, che non è in grado di battere il reddito fisso, quindi non si capisce perchè uno dovrebbe investire nella Borsa italiana».
Le ragioni, secondo Caruso, sono in larga parte macroeconomiche. Ad esempio, dice, «l’euro sopra 1,25 contro il dollaro penalizza la nostra competitività e abbassa i margini delle imprese, in più le debolezze derivanti dalla bassa crescita e dal grande indebitamento pubblico hanno sostanzialmente condannato la nostra Borsa negli ultimi quattro anni a una subalternità rispetto al listino americano – che oggi rappresenta la migliore occasione di investimento, l’unico che malgrado gli ultimi ribassi è ancora vicino ai massimi storici – e tedesco».
Un miglioramento del quadro si avrebbe solo se l’Ftse Mib superasse quota 18.000 e si vedesse una svolta positiva nel ratio di forza relativa della Borsa contro il BTp. A quel punto il quadro cambierebbe e vi sarebbe più fiducia nel futuro.
Ma non si tratta di una opportunità all’ordine del giorno. Anche perchè un miglioramento del listino si avrebbe solo con una ripresa dell’economia e questa, lo confermano anche gli ultimi dati del Centro studi Confindustria, è ancora condannata alla debolezza. Quest’anno, secondo il CsC che ha peggiorato le sue stime, il Pil italiano cadrà dell’1,9% (quasi il doppio rispetto alla precedente stima dell’1,1%) e solo nel quarto trimestre potremmo vedere qualche miglioramento. Comunque debole e incerto, perchè la crescita nel 2014 non dovrebbe spingersi oltre il mezzo punto.
Cifre deprimenti. Ancora più amare perchè, se vi fosse coraggio del rischio da parte dei decisori politici, le potenzialità di crescita dell’economia italiana sono molte. Già lo si vede guardando i dati delle piccole e medie imprese che negli ultimi anni, malgrado la crisi, sono riuscite a crescere. Ma andando all’estero, perchè da noi gli ostacoli all’impresa sono tanti. A partire dalle tasse esorbitanti e dall’incapacità di abbassarle tagliando la spesa pubblica.
«L’Italia è un caso difficile dal punto di vista dell’apparato produttivo, a bocce ferme ci aspettano ancora anni di domanda compressa», spiega un gestore estero che chiede l’anonimato («Non voglio farmi incasellare politicamente») e che muove ogni giorno parecchi milioni di euro su Piazza Affari.
«Le imprese italiane che riescono – aggiunge – sono quelle che vanno all’estero. E che, a un’analisi empirica, battono il listino del 5-10%, perchè da noi il clima non è proimpresa: pesano le interferenze politiche, la magistratura che dà colpi di maglio sulle aziende e lo svantaggio del cambio. E poi vi è la fatica a tagliare il cuneo fiscale e le imposte societarie, cosa che invece si fa in tutto il mondo».
L’idea prevalente fra gli analisti globali è che un po’ di austerità (e di tasse) in meno potrebbero consentire alle imprese italiane di crescere rapidamente in valore borsistico, perchè le potenzialità di creatività e di produttività ci sono tutte.
Oggi, sottolinea uno studio di Credit Suisse, «il sistema di tassazione rimane complesso e grava pesantemente su lavoro e impresa, inoltre l’Italia dovrebbe sviluppare misure per incoraggiare un finanziamento alle imprese che non passi attraverso l’oneroso canale bancario».
Una questione da non sottovalutare è quella della composizione del listino italiano. Banche e grandi gruppi – la parte prevalente nella capitalizzazione – rappresentano una selezione fragile e assistita, mentre la parte più sana e dinamica delle imprese – cioè le Pmi – risulta decisamente sottorappresentata a Piazza degli Affari.
Ma, a oggi, quali sono i titoli da comprare? Secondo Caruso «Fiat, Generali ed Eni, tutti hanno la possibilità di fare meglio del bechmark. Ma guarderei anche a Gtech (ex-Lottomatica), Fondiaria e Saipem».

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