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Piazza Affari scatta con le banche

L’arrivo del decreto incide più dei dati sulla crescita Usa: Milano la migliore d’Europa (+1,21%) – Il petrolio vola a 48$
Piazza Affari prosegue nel tentativo di recuperare il gap con gli altri listini, accumulato in una prima parte d’anno in forte tensione dove il Ftse Mib ha sfiorato una perdita parziale del 30%. Con il +1,2% di ieri il listino italiano ha ridotto il passivo del 2016 a -11,4%, a fronte del -4,5% archiviato dalle Borse europee che ieri hanno chiuso contrastate (-0,16% l’indice generale, +0,2% Francoforte, -0,68% Madrid).
Lo sprint della piazza azionaria italiana è legato a doppio filo a quello delle banche. Nel finale di seduta i principali titoli del credito hanno accelerato (Banco Popolare +4,32%, Unicredit +4,21%, Bper +3,91%, Bpm +3,79%, indice generale +2,15%) in un clima reso positivo da due fattori: la tedesca Deutsche Bank (negli ultimi mesi finita più volte sotto i riflettori per l’alta leva finanziaria con cui opera e, di conseguenza, per la solidità dei conti) ha sfoggiato una trimestrale migliore delle attese (l’utile si è più che dimezzato a 214 milioni di euro ma gli investitori si aspettavano ben di peggio). Il secondo motivo che ha azionato gli acquisti sulle banche italiane (il cui passivo da inizio anno resta alto e per la precisione a -26%) è legato all’imminenza dell’approvazione di un decreto di cui si parla ormai da settimane e che oggi potrebbe vedere effettivamente la luce. Lo stesso decreto che dovrebbe accelerare i tempi di recupero dei “non performing loans” (crediti deteriorati) in pancia alla banche e dovrebbe contenere i criteri per i rimborsi ai risparmiatori delle quattro banche salvate a fine 2015 (CariFerrara, Banca Marche, Popolare dell’Etruria e CariChieti).
E dire che la giornata era iniziata molto male per le Borse, con un brusco -3,6% del Nikkei di Tokyo. Contrariamente alle attese, la Bank of Japan non ha portato sottozero il tasso di finanziamento alle banche. In risposta lo yen è rimbalzato del 3% sia nei confronti del dollaro che sull’euro segnando il maggior rialzo in 5 anni nei confronti della divisa europea, e portandosi al top da 18 mesi. La mancata mossa – che dimostra quanto ormai i mercati azionari siano abituati e dopati alle misure espansive delle banche centrali – conferma anche le difficoltà del governatore Haruhiko Kuroda di attuare le leve monetarie a sua disposizione ai fini di allontanare il Paese dalla trappola della deflazione, contro cui combatte da ormai oltre 10 anni (a marzo l’inflazione nipponica è ricaduta sotto zero in maniera più netta del previsto, con -0,3% dei prezzi su base annua).
I?mercati hanno archiviato ieri un altro significativo dato macro, il market mover della settimana. Nel primo trimestre il Pil degli Stati Uniti è cresciuto dello 0,5% su base annua, molto meno dello 0,7% previsto. Si tratta della crescita più bassa da due anni a questa parte, ma nemmeno questo è riuscito a deragliare il petrolio, che ieri ha di nuovo aggiornato il massimo da 5 mesi:?il Brent è salito fino a 48,19 $/barile, anche se verso fine seduta ha moderato il rialzo a poco più dell’1%, per chiudere sotto quota 48 $. Ad aprile il recupero è di circa il 20%, miglior mese da un anno.
Il dato sul Pil americano sembra dare ragione all’atteggiamento cauto della Federal Reserve, che in questo 2016 – contrariamente alle previsioni iniziali di quattro strette monetarie – non ha ancora alzato il costo del denaro. Si assottigliano sempre più le possibilità di una stretta a giugno (che resta tuttavia un’opzione) mentre crescono le chance di una mossa a dicembre. In questo contesto l’euro ha chiuso stabile oltre quota 1,13 dollari confermandosi in una fase laterale. L’abilità della banca statunitense risiede comunque nel fatto che – nonostante nell’ultimo anno la Bce stia attuando una forte misura espansiva, mentre gli Usa cercano di preparare i mercati a una stretta – è stato l’euro a rivalutarsi (e del 6%) sul biglietto verde, anziché?il contrario. Intanto, dopo un paio di settimane di ribassi, ieri sono stati acquistati (per il secondo giorno consecutivo) BTp sul mercato secondario con il rendimento del decennale sceso di 5 punti base all’1,56%. Lo spread sul Bund ha terminato a 120 punti.

Vito Lops

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