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In Piazza Affari scatta la svolta, la carica degli investitori esteri «Gestite pure, noi controlliamo»

«Il “piccolo mondo antico” del nostro capitalismo relazionale si sta progressivamente sgretolando». Giuseppe Vegas, presidente della Consob, rileva che il sistema finanziario italiano è in piena transizione dal modello «relazionale» a quello di mercato. Anche grazie all’azione dell’authority. Certo, i dati sulla concentrazione proprietaria non si muovono alla velocità della luce: negli ultimi sei anni, si legge nella Relazione 2015, la quota media detenuta dal principale azionista nelle società quotate è rimasta stabile al 47,1%. Ma si riducono di tre punti quelle attribuibili agli altri soci rilevanti e soprattutto aumenta dal 36 al 38% la «presenza del mercato».

Una crescita che si manifesta nelle assemblee societarie. La partecipazione degli azionisti ha raggiunto una media del 70,2% del capitale e in particolare è aumentata la presenza degli investitori istituzionali esteri, passata dal 13% nel 2012 al 21%, mentre quella dei fondi italiani si è attestata all’1,1%. Secondo Vegas siamo «a metà del guado»: «Una distanza significativa ci separa ancora dai Paesi con mercati dei capitali più evoluti» con controllo contendibile, rilevante peso del management, attivismo degli investitori istituzionali nella governance. Certo, in alcune assemblee di grandi società quotate (per esempio Telecom, Unicredit, Ubi, Snam) le liste di minoranza presentate dai fondi hanno raccolto la maggioranza dei voti ma, rileva Vegas, gli investitori hanno «preferito lasciare la gestione societaria agli azionisti di riferimento». Per ora, aggiunge, «preferiscono restare alla finestra».

Vegas sa bene che non è vocazione né interesse di big globali del risparmio come BlackRock gestire imprese o banche. Ma il dato di fatto è che dal 2012, anche grazie a novità regolamentari e una maggiore disposizione a investire nel nostro Paese, il peso dei fondi internazionali nelle assemblee del «club» delle maggiori societa quotate è aumentato del 40% e si è assestato su una media del 44% del capitale partecipante. Con punte decisamente più alte che ne configurano maggioranze anche superiori al 60% sul quorum dell’assise. Tutto ciò, se non determina ribaltoni nei consigli anche grazie a meccanismi statutari e alla volontà di non «passare» al comando da parte dei fondi, sta influendo comunque sulle regole del governo societario. In primo luogo alcune società (come Generali quest’anno con l’intervento della lista di maggioranza presentata da Mediobanca) hanno aumentato il numero di posti nel board riservati alle liste di minoranza e altre imprese riflettono su questo punto. E la consapevolezza che i fondi possono rappresentare al voto la maggioranza possono spingere gli azionisti di riferimento a cercare un consenso selezionando i candidati per la lista, aderendo a prassi internazionali rispetto ai sistemi di remunerazioni, aumentando lo spazio a indipendenti e minoranze. Siamo ancora lontani dalle public company ma l’addio al «piccolo mondo antico» è evidente. Persistono i patti di sindacato (nel 2015 la Consob ha ricevuto 170 comunicazioni, soprattutto relative a variazioni riferite a 69 società). Ma il network di coalizioni che un tempo univa il grande capitalismo si è «sgretolato».

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