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Piazza Affari rimane volatile in attesa delle Banche centrali

Fase interlocutoria. O, per meglio dire, nel linguaggio degli analisti tecnici: movimento laterale.
È l’andamento che, dopo i recenti crolli, attualmente caratterizza Piazza Affari. Cioè il Ftse Mib si muove, all’insù e all’ingiù, all’interno di un’area che molti «graficisti» delimitano tra il supporto di 16.000 punti e la resistenza di quota 18.000. Seppure, va ricordato, alcuni pongono il tetto superiore del canale indicato un po’ più in basso. «La resistenza di breve periodo – indica Claudio Bona – è individuata dai 17.600-17.800 punti». Al di là dei differenti livelli è comunque chiaro che, «nel momento in cui il tetto fosse rotto al rialzo, si potrebbe assistere al prolungamento della correzione in atto da parte di Piazza Affari». Il tutto, però, senza implicare il cambiamento dell’impostazione di fondo.
La fase interlocutoria infatti, sempre secondo gli esperti, proseguirà almeno fino alla nuova tornata di riunioni delle banche centrali. Il 10 marzo toccherà alla Bce di Mario Draghi. Poi, alla Bank of Japan e, infine, il 15-16 sarà il turno della Federal reserve statunitense. Solamente dopo queste date si potrà meglio comprendere il futuro del listino italiano
Ciò detto, più sul medio periodo, il quadro rimane comunque debole. Certo, la riconquista della soglia psicologica dei 18.000 punti (o dei 17.600-17.800) sarebbe positivo. Tuttavia, i graficisti sottolineano che solamente il superamento, prima, di quota 19.000 e, successivamente, di 20.000 punti vorrebbe dire che la dinamica ribassista partita da fine novembre 2015 è stata interrotta. L’ipotesi è plausibile? Difficile rispondere. Anche perché i mercati, come è noto, sono sempre più condizionati dalle correlazioni degli asset.
Così ieri, ad esempio, il testimone è stato passato dal balletto in sincrono con il petrolio a quello a ritmi inverso con lo yen. La moneta giapponese, si sa, viene spesso usata come valuta per fare carry trade. Cioè: gli operatori si indebitano in yen, facendo scendere la divisa del Sole levante verso il dollaro, e comprano azioni del Vecchio continente (con il che le Borse europee prendono forza). Al contrario, quando chiudono le posizioni, gli investitori da un lato vendono i titoli made in “Europe”, facendo scivolare le Borse. E, dall’altro, riconvertono gli euro incassati in yen per rimborsare il prestito. Con il che lo yen si apprezza verso il dollaro.
Ebbene, ieri la divisa giapponese è per l’appunto scesa. Il segnale, per gli operatori, che il meccanismo del carry trade è in funzione e quindi l’azionario può salire. Ma fino a quando? Di nuovo, in momenti di grande incertezza quali quelli attuali, le indicazioni dell’analisi tecnica possono tornare utili. Così, secondo gli esperti,un livello significativo di supporto da monitorare è costituito dai 110 yen verso il dollaro. Nell’ipotesi in cui le quotazioni dovessero spingersi sotto questo valore i segnali, per gli indici azionari (compresa Piazza Affari), sarebbero piuttosto negativi. Al contrario rimanerne al di sopra, con il contestuale deprezzamento dello yen, significa che la situazione non va peggiorando.
Già, la situazione. Per tentare di averne una maggiore comprensione può essere utile guardare anche a quanti titoli sono al di sopra, o la di sotto, della loro media storica di prezzo.
Ebbene, ieri solo il 7,7% della blue chip del Ftse Mib quotava più della propria media mobile a 200 giorni. Un valore molto basso che, in ottica contrarian, potrebbe interpretarsi come segnale di possibile rimbalzo.

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