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Piazza Affari rilancia sui titoli bancari

Lo spread? Ieri ha chiuso a 283 punti base. In crescita, cioè, di 11 basis point rispetto a venerdì scorso. Piazza Affari, dal canto suo, è scesa dello 0,38%. Tutto al solito, quindi? Non proprio. Come spesso accade pochi numeri raccontano parte della storia. Le banche infatti, chi più chi meno, sono salite, nonostante il balzo del differenziale tra BTp e Bund.
Banche in controtendenza
Intesa Sanpaolo, ad esempio, è aumentata dell’1,59% (da fine 2012 il rialzo è dell’8%); Mps, invece, è cresciuta del 6,89% (+25,03%); UniCredit e Banca Carige, dal canto loro, sono salite rispettivamente dell’1,8% e 5,2%. Il Banco Popolare ha infine guadagnato il 3,77%. Al di là delle singole performance, il rally di inizio 2013 è comunque dell’intero settore: ieri il Ftse bank index ha guadagnato l’1,06% mentre, dal 28 dicembre 2012, la crescita è del 5,68%. Un movimento conseguenza di che cosa? A ben vedere, si tratta di un cocktail di motivazioni. In primis, ovviamente, rileva l’accordo su Basilea 3. L’intesa di domenica da un lato stabilisce che il Liquidity Coverage Ratio (Lcr) nel 2015 dovrà raggiungere la soglia del 60% e non più del 100%. E, dall’altro, amplia la gamma di strumenti che possono essere utilizzati per definire lo stesso Lcr. Un uno-due “strutturale” che ha tolto pressione al settore bancario. E che si innesca nella forte discesa dello spread, al di là dell’eccezione di ieri, vista negli ultimi giorni. Così, almeno per adesso, i timori sul mondo bancario di Piazza Affari si sono allentati. «Per rendersene conto – sottolinea Emiliano Pavesi, responsabile del desk derivati azionari di Banca Akros – basta guardare al calo dei prezzi delle opzioni utilizzate per l’eventuale copertura». Ebbene: le put, «sfruttate come hedging nell’attività di acquisto dei titoli del credito, hanno visto la propria quotazione ridursi di molto». In media, di circa un terzo rispetto all’anno scorso. Il che vuol dire, da una parte, che la volatilità sulle banche italiane è scesa; e, dall’altra, che le paure si sono allontanate.
Quotazioni a sconto
Ma non è solamente Basilea 3 o lo spread. «Rileva anche – è il leit motiv degli esperti – la sottovalutazione dei titoli». Certo, è ben vero che rispetto a soli sette giorni fa c’è stato un recupero delle quotazioni. E, tuttavia, il rapporto degli istituti di credito tra prezzo e patrimonio netto tangibile (al netto degli avviamenti) resta basso: attorno allo 0,54 rispetto allo 0,99 delle società europee. Insomma, il rally delle banche avrà pure le motivazioni speculative e tecniche (molti, con posizione short, hanno acquistato titoli per evitare perdite). Ma in parte, è anche conseguenza di una visione ottimista più di lungo periodo. Quella positività che, almeno ieri, non ha invece coinvolto altri comparti. Tutt’altro.
Il calo dell’energy
Il settore delle utility milanesi, ad esempio, è sceso dell’1,56% soprattutto a causa della discesa del colosso Enel (-1,8%). Un ribasso, peraltro, replicato a livello paneuropeo: l’Europe Stoxx Utility 600 è stato il peggiore comparto (-1,59%). Seguito a ruota da quello dell’Oil&Gas (-1%). In un simile contesto, anche a fronte della mancanza di veri market mover, i principali listini europei hanno chiuso al ribasso: da Parigi (-0,68%) a Francoforte (-0,56%) fino a Londra (-0,4%).
La volatilità su Wall Street
La Borsa statunitense, dal canto suo, ha anch’essa vissuto una giornata travagliata. Gli operatori, passata l’euforia per il mini-accordo tra Repubblicani e Casa Bianca sul fiscal cliff, sono tornati dubbiosi rispetto alla riduzione del debito pubblico Usa. La riprova? Il Vix. Ebbene, questo ha rialzato la testa: dopo una settimana in cui era scivolato del 38%, ieri è risalito. Così l’S&P 500 ha perso lo 0,3% mentre il Nasdaq è riuscito invece rimanere praticamente invariato (-0,09%).
Il mondo dei titoli di Stato
Fin qui il settore azionario. Ma rispetto al reddito fisso? Lo spread BTp-Bund, per l’appunto, è risalito con il saggio del decennale italiano cresciuto al 4,34% (era il 4,26% venerdì scorso). Il rendimento del bond tedesco, invece, ha un po’ perso terreno (1,5%), rimanendo però su livelli che non possono più considerarsi da “bene rifugio”. Praticamente invariato, dal canto suo, lo yield del Bonos spagnolo (5,08%): qui, evidentemente, l’attesa è per le aste dei titoli di Stato in programma oggi. Un collocamento che potrebbe avere effetti anche sulla divisa unica europea. Quell’euro che ieri è tornato a 1,31 contro il dollaro. «Un movimento – dice Vincenzo Longo, Market Strategist di Ig – dovuto essenzialmente alle ricoperture. Molti puntavano alla discesa al di sotto di 1,29. Questo non è avvenuto e, così, hanno dovuto ricomprare».

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