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Piazza Affari premia la manifattura che dimenticherà il virus già nel 2022

La manifattura si conferma un’eccellenza italiana. Dai dati analizzati dall’area studi Mediobanca emerge che le aziende del comparto che rientrano dell’indice Ftse-Mib, hanno attraversato meglio delle altre l’anno del Covid, con un potenziale di recupero più veloce. E Piazza Affari le ha premiate.

Manifattura premiata

Le blue chip manifatturiere dell’indice principale di Piazza Affari hanno infatti concluso il 2020 con 19,7 miliardi di capitalizzazione in più rispetto a fine 2019, aumentando del 10,9% il loro valore. È il comparto che è andato meglio in Borsa. A seguire ci sono le utilities, con 9,5 miliardi di capitalizzazione in più, pari a un incremento dell’8,2% in 12 mesi.

Non è un caso perchè i risultati di bilancio sono stati migliori in termini relativi. Le vendite sono calate, ma del 14,3%, meno dell’insieme delle 27 big non finanziarie del listino che hanno visto scendere il loro giro d’affari del 18,6%. Escludendo il gruppo Exor-Fca, il ridimensionamento del fatturato è stato ancora minore e pari all’8,7%. Come si spiega la maggior resistenza alla crisi da pandemia di queste aziende? Un motivo è da ricondurre alla maggior proiezione sui mercati internazionali, e in particolare sull’Asia, dove il recupero è iniziato prima che altrove. Per le blue chip manifatturiere (senza Exor-Fca) l’area Asia-Pacifico ha rappresentato l’anno scorso più di un quinto delle vendite, il 20,8% del totale. Il fatturato verso l’Asia di queste aziende è cresciuto nel 2020 del 7,9% rispetto all’anno prima, unica voce in progresso nel panorama delle vendite per area geografica. Rialzi a due cifre delle vendite a Oriente sono stati registrati in particolare dalla multinazionale italo-francese dei microchip STM e da Interpump, leader mondiale nel campo dei pistoni ad alta pressione, con incrementi ripettivamente, del 19,3% e del 10,2%.

Anche l’industria manifatturiera comunque ha dovuto fare i conti con profitti in calo. Gli utili netti si sono asciugati, ma senza evaporare, passando dai 4,4 miliardi del 2019 (sempre escludendo Exor) a 1,3 miliardi nel 2020.

La rimonta in Borsa è proseguita anche quest’anno con le società manifatturiere dell’indice Ftse-Mib che sono salite da gennaio a venerdì scorso del 17,7%, facendo nettamente meglio dell’aggregato delle 27 quotate considerate che, nello stesso periodo, ha guadagnato l’11,7%.

Guardando avanti, secondo le previsioni dell’area studi Mediobanca, la manifattura crescerà del 10% quest’anno e recupererà il livello pre-crisi il prossimo.

Chi sale e chi scende in Borsa

In generale le 27 blue chip industriali e dei servizi hanno visto aumentare il loro valore in Piazza Affari dell’1,4% nel 2020. A fronte dei progressi di industria e utilities, hanno perso invece terreno i servizi (-12,9%) e Eni che, per via del petrolio, è dimagrita di 19,6 miliardi, perdendo il 38,8% in 12 mesi.

I titoli migliori: DiaSorin (+47,4%), Inwit e Interpump (entrambe +42,8%), Prysmian (+35,3%) e Amplifon (+32,8%). I peggiori: Saipem (-49,4%), Leonardo (-43,4%) e Eni (-38,8%).

Ricavi e utili in calo

Le performance di Borsa non trovano piena corrispondenza nei conti. Nel 2020 L’aggregato delle 27 società considerate ha visto infatti sfumare oltre 75 miliardi di fatturato (-18,6%). In controtendenza DiaSorin, che ha aumentato i ricavi del +27,1% grazie alla vendita dei kit diagnostici per il Covid. Bene anche Stm (+6,8%), Inwit (+6,1%) e Italgas (+6,0%).

Per l’insieme delle 27 blue chip il bilancio 2020 si è chiuso in rosso per quasi 1,5 miliardi, ma a pesare è stata la soprattutto perdita dell’Eni di 8,6 miliardi. Nel complesso i margini industriali si sono ridotti del 42,5%: da un lato l’Eni con un margine operativo netto crollato del 97,8%, dall’altro Diasorin con un mon cresciuto invece del 47,3%. Quest’anno verranno distribuiti 1,4 miliardi di dividendi in meno rispetto all’anno scorso.

Da segnalare che in generale è stato tirato il freno sugli investimenti, calati dell’11,3% (4 miliardi in meno rispetto al 2019), mentre peggiora la struttura finanziaria delle big quotate, come evidenzia l’aumento del rapporto debiti finanziari/capitale netto, passato in un anno dal 117,6% al 133,2%.

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