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Piazza Affari ora spera: «È la spinta per crescere»

F ra la Borsa e Sace, che assicura i crediti delle aziende italiane esportatrici, non risultano esserci mai stati contatti. Inoltre l’intenzione di cedere fino al 60% dell‘azienda di assicurazioni della Cassa Depositi e Prestiti, annunciata giovedì scorso dal ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, più che alla quotazione apre la via alla vendita a un privato, come Generali (che però venerdì ha smentito l’interesse, perché impegnata nelle dismissioni): sul modello dell’omologa tedesca Euler Hermes, ceduta ad Allianz. Eppure è proprio Sace l’azienda che, fra le privatizzande, più si vorrebbe portare sul listino a Palazzo Mezzanotte, per rilanciare una Borsa che langue.

Debutti e delisting
In quattro anni ci sono state nove ammissioni sul mercato principale Mta (delle quali solo quattro in offerta pubblica iniziale) e 41 cancellazioni. Si attende ora il debutto, il 6 dicembre, della Savino Del Bene, logistica. Si spera, dopo anni di rinvii, in Moncler entro il 15 (ma la Consob ha tempo fino a febbraio per dare l’ok e non gradisce pressioni). Quest’anno, finora, l’unica vera matricola è stata Moleskine (- 27% in sei mesi).
La Borsa guidata da Raffaele Jerusalmi ritiene che un’iniezione di grandi aziende pubbliche farebbe bene, perché contribuirebbe in misura importante a portare massa nel listino, sbilanciato nelle nuove quotazioni sulle piccole imprese dell’Aim. Stessa linea in Consob: nessuna perplessità, anzi. Proprio il presidente Giuseppe Vegas, in un discorso al mercato, disse che la Borsa avrebbe potuto crescere anche grazie a società a controllo pubblico, come Ferrovie e Poste: ben vengano. Ecco dunque le preferite.
Oltre a Sace, un debutto di Stato gradito alla Borsa sarebbero le Poste, corteggiate e già incontrate: meglio se il Bancoposta o Poste Vita. Ma sarebbe apprezzata anche una fetta redditizia di Ferrovie e l’annunciata privatizzazione di Grandi Stazioni, anima immobiliare del gruppo Fs, farebbe al caso. Nella rosa c’è poi la Fincantieri che promette di quotarsi da tempo e, magari, anche Fintecna, con il patrimonio immobiliare di Stato. Silenzio, invece, sulla Rai.
In Borsa la Sace (+53% a 327 milioni l’utile netto nei nove mesi, premi lordi a 207,6 milioni, affidabilità di credito superiore alla Repubblica Italiana con rating A-) è ritenuta «un gioiello». All’amministratore delegato Alessandro Castellano una quotazione, probabilmente, non dispiacerebbe. Vendendone la maggioranza, però, la Cdp guidata da Giovanni Gorno Tempini e Franco Bassanini potrebbe diversificare i rischi sulle imprese esportatrici, dove la Cassa con Export Bank dà i prestiti, con la Sace li garantisce e con la Simest dà l’equity (il capitale con acquisizioni).
L’idea di separare le tre attività comincia a farsi strada in Cdp, sulla via della «cugina» Kfw che ha scorporato Heuler Hermes da Ipex Bank. Inoltre con Generali c’è già un accordo in Asia con Sace Bt, la parte «a mercato» di Sace che assicura il credito a breve termine, per supportare la crescita delle Pmi nel Sud Est asiatico.
Il caso inglese
«Sace, Poste e Fs sono quelle che potrebbero incontrare il favore degli investitori — conferma Gianpaolo Rivano, gestore di GestiRe —. Fs, anche tutta intera, e Poste perché vengono da un decennio di ristrutturazione e miglioramento, si pensa che possano fare ancora molto. Inoltre, mantenendo l’azionista pubblico, sarebbero simili alle utility: soprattutto le Poste, che potrebbero incontrare l’interesse degli investitori europei». L’esempio è Royal Mail che si è quotata l’11 ottobre: +66% in un mese. Quanto a Sace, «ha una marginalità alta e un grosso patrimonio — dice Rivano —. Un’integrazione con Generali sarebbe una buona ipotesi per entrambe le compagnie, Antitrust permettendo. Altrimenti, va bene anche da sola».
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