Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Piazza Affari non recupera sui margini

di Antonella Olivieri

La crisi non è finita nel 2010 per i big del listino. La fotografia scattata da R&S-Mediobanca delinea una situazione dove i grandi gruppi industriali e dei servizi quotati hanno recuperato e sopravanzato i livelli del 2006, ma sono ancora sotto sul fronte dei margini. A soffrire di più sono invece le banche. Ma vediamo nel dettaglio.

L'eccezione municipalizzate

Il fatturato complessivo dei 39 maggiori gruppi quotati dell'industria dal 2009 al 2010 è aumentato del 12,1%, il margine operativo netto del 17,6%. Se questo è bastato a cancellare il declino delle vendite seguito alla crisi, ancora resta da fare per ritornare ai livelli di redditività precedenti. Il confronto in questo caso esclude l'Enel che, con l'acquisizione della spagnola Endesa, "vizia" i dati dell'aggregato. Rispetto al 2006, al netto dell'Enel, il giro d'affari è infatti cresciuto del 9,4%, ma il mon è ancora sotto del 12,3%. Stentano di più i gruppi privati che nell'arco del quinquennio evidenziano un progresso del 3,6% nei ricavi, ma un calo del 17,7% nel margine operativo netto. Unica eccezione, le utilities locali che rispetto al 2006 vantano un Mon in progresso del 34,4% rispetto a un aumento dei ricavi dell'8,9 per cento.

La patrimonializzazione

L'aumento dell'equity (+10% i mezzi propri) accompagnato a una crescita modesta dei debiti (+2,6%) ha permesso nel 2010 di rafforzare la struttura patrimoniale delle aziende. Il rapporto debiti finanziari/capitale netto è sceso a 96,7 rispetto al parametro di 106,8 del 2009. Il rapporto aggregato è passato da 97,4 a 90,8 se si esclude l'Enel.

L'immagine del debito

L'indicazione della posizione finanziaria netta trasmette mediamente (la rilevazione è relativa allo scorso anno) solo il 66% della situazione debitoria complessiva. Dai debiti le aziende sottraggono cassa e titoli negoziabili, ma anche crediti a breve. Esistono casi particolari nei quali la distorsione ottica è più pronunciata. Nel caso del gruppo Exor, per esempio, l'indebitamento netto consolidato di 1,14 miliardi rappresenta solo il 4% del totale dei debiti che è di 32,42 miliardi. Il fenomeno è dovuto principalmente al riflesso dell'attività di credito al consumo di Fiat: i servizi finanziari gonfiano i debiti, ma anche i crediti che vengono detratti per arrivare alla posizione finanziaria netta. Anche nel caso dell'Enel c'è un divario tra i 63,64 miliardi di debiti complessivi registrati in bilancio e la posizione finanziaria netta di 44,9 miliardi che non è spiegabile solo con la cassa esistente di 5,2 miliardi: nello specifico il motivo è legato alla peculiarità dei crediti verso il sistema elettrico spagnolo.

Dai dati raccolti da R&S si evince anche che sono solo sei su 39 i gruppi con una posizione finanziaria netta attiva. È il caso di Parmalat – col suo tesoretto di 1,435 miliardi destinato a essere impiegato presto nell'ambito dell'integrazione con la francese Lactalis – di STM (1,15 miliardi), di Danieli (869 milioni), di Tenaris (276 milioni), di Tod's (96 milioni) e di Recordati (46 milioni). Teoricamente il drappello più attrezzato ad affrontare le incertezze finanziario-creditizie del periodo.

L'internazionalizzazione

Altro importante salvagente per le aziende italiane è l'internazionalizzazione, a patto che sia stata sviluppata sui mercati "giusti" che sostengono la crescita. Nel campione censito da R&S ci sono 27 società che hanno fornito dettagli in merito. Da questi si evince che il fatturato estero è aumentato mediamente dal 48,7% del 2006 al 55,7% del 2010. In parallelo è aumentata anche la quota dei dipendenti oltrefrontiera, passata in cinque anni dal 44,3% al 55,6% del totale (-13,7% l'organico domestico, +35,9% l'organico internazionale). La media nasconde gli estremi: a fronte di una Pirelli che oltreconfine ha il 90% dei ricavi, ci sono società totalmente concentrate sul mercato interno come Terna, Aurelia e Beni Stabili. Luxottica non è compresa nel panel, ma oltre l'80% del suo giro d'affari è al di fuori dell'Europa (solo il 3% è la quota dell'Italia). Mediamente più internazionalizzata l'industria manifatturiera privata – la quota di fatturato estero è salita dal 71,3% del 2006 al 77,7% del 2010 – mentre i gruppi pubblici sono passati dal 43,4% al 52,8 per cento.

I dividendi

Complessivamente dal 2006 i gruppi pubblici del campione hanno pagato dividendi per 44,1 miliardi (di cui 40,6 le sole società statali), i privati 22,1 miliardi. Nel 2009 il totale del campione ha erogato dividendi per 10,9 miliardi, nel 2010 11,6 miliardi (+7%). L'incremento è però attribuibile tutto al settore pubblico, con un monte-dividendi aumentato del 9,5% da 7,6 a 8,3 miliardi, mentre sono rimaste sostanzialmente stabili le cedole staccate dai privati, 3,3 miliardi nel 2009 e 3,4 lo scorso anno. In tempi in cui si discute di ulteriori privatizzazioni, è interessante vedere chi è stato più generoso con lo Stato-padrone negli ultimi cinque anni: Eni ha pagato complessivamente 6,5 miliardi al suo azionista di riferimento, Enel 4,4, Terna 555 milioni, Finmeccanica 325 milioni.

 

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Non deve essere stato facile occupare la poltrona più alta della Bce nell’anno della peggiore pes...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Prelios Innovations e Ibl Banca (società attiva nel settore dei finanziamenti tramite cessione del ...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

La pandemia ha spinto le famiglie italiane a risparmiare di più. E questo perchè il lockdown e le ...

Oggi sulla stampa