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Piazza Affari non fa «sistema»

Lasciamo stare, per un momento, tecnicalità e tecnicismi. C’è un motivo di fondo se Piazza Affari si inabissa nelle classifiche e per capitalizzazione vale meno dell’1% del mercato azionario globale. Un motivo che è legato alla cronica incapacità degli italiani, anarchici e individualisti, di “fare sistema”, nell’accezione buona del termine, di sviluppare cioè una visione comune e di progettare un futuro per il bene collettivo. Che c’entra la Borsa? C’entra eccome, perchè il motivo principale della perdita di peso di Piazza Affari è la mancanza di slancio dell’economia italiana nel suo complesso, il Pil che non cresce e anzi arretra, l’assenza di una chiara politica industriale che non sia il tardivo intervento d’emergenza. Come potrebbe un listino, che tra l’altro non riesce a rappresentare ancora tutta l’economia italiana, muoversi in direzione opposta? Che la Borsa italiana, per capitalizzazione, venga sorpassata anche da Messico, Malesia e Indonesia, è la riprova che le economie emergenti tirano. È un trend secolare che investe tutto l’Occidente, ma se Milano ne soffre di più – tant’è che tra 28 Borse censite da “Indici e dati” dell’ufficio studi Mediobanca è l’unica ancora sotto i livelli di fine 2002 – ciò è dovuto anche alla composizione del mercato che per un terzo, prima della crisi, era rappresentato da titoli finanziari. La finanza ha pagato il conto più di altri comparti: se le banche recuperassero i livelli precedenti, Piazza Affari si rimetterebbe al passo delle altre Borse “tradizionali” e probabilmente nessuno farebbe più mente locale sui nodi strutturali che la vistosa decadenza del listino ha portato alla ribalta.
Il problema è che la caduta dei titoli finanziari non è stata compensata da nuova linfa, perchè tante (anzi, comunque poche) società sono entrate e altrettante ne sono uscite. Atavica diffidenza delle nostre imprese – tipicamente medie o medio-piccole – ad avvicinarsi al mercato. Non solo il timore di perdere il controllo delle aziende, spesso a conduzione familiare, ma qualche volta – secondo le interpretazioni più maliziose – ritrosia alla trasparenza che la quotazione impone o dovrebbe imporre. Fatto sta che finora neppure la stretta del credito ha convinto in massa le aziende ad attingere al mercato. È vero che negli ultimi quattro anni il 50% delle nuove quotazioni nel campo della moda e del lusso è stato intercettato da Milano, ma è un’eccezione. Le matricole arrivano col contagocce. All’appello mancano interi settori, dalla meccanica di precisione alla robotica. E neppure le società già presenti in listino utilizzano la Borsa come canale di raccolta, come dimostra il fatto che quest’anno gli aumenti di capitale si sono prosciugati ad appena 660 milioni (cui cui 400 relativi alla sola Rcs). E che negli anni precedenti ad alimentare le richieste erano operazioni “obbligate”: le ricapitalizzazioni delle banche per sistemare i ratio di vigilanza, il “salvataggio” di FonSai che ha chiamato una duplice raccolta di fondi da parte anche dell’incorporante Unipol.
Bisognerebbe gettare un sasso nello stagno. Ci vorrebbe il coraggio e la lungimiranza di scommettere sull’ammodernamento culturale, incentivando anche fiscalmente la quotazione. Quando è stato fatto, i risultati si sono visti. Invece col Fisco si è andati nella direzione opposta. Con la Tobin tax, che non c’entra con le nuove quotazioni, ma che incide sul terreno di gioco che dovrebbe attrarre le promesse (che certo non mancano) dell’imprenditoria nostrana. L’introduzione della tassazione sulle transazioni di Borsa – scoordinata e anticipata rispetto alla gran parte dei Paesi Ue – ha solo peggiorato la “qualità” degli scambi e di conseguenza il valore segnaletico dei corsi di Borsa. I volumi complessivi non sono crollati perchè alimentati da incroci di partite “regolarizzate” sul mercato ufficiale o dall’incentivo a sottrarsi al balzello con un day-trading compulsivo, ma gli scambi “veri”, quelli sostenuti dagli investitori di lungo periodo, sono diminuiti del 20%-30%.
Ma facciamo un passo indietro. E risaliamo alla struttura che governa gli scambi. La Borsa italiana era ed è tuttora un modello di efficienza. Troppo piccola però per dimensioni per poter aspirare a un ruolo da protagonista sui mercati globali. Quando l’esigenza ad aggregarsi è diventata non più rinviabile, Milano ha scelto con Londra il miglior partner possibile, l’unica piazza europea di caratura veramente internazionale. Era riuscita addirittura a strappare una governance sorprendente, che la poneva quasi alla pari con la mitica Borsa della City. Non stiamo a sindacare sulle legittime considerazioni delle banche, ma Intesa e UniCredit che, con la fusione, nell’azionariato del gruppo avrebbero avuto un peso tutt’altro che secondario, alla fine hanno abbandonato la scena. Gli accordi pre-fusione sono durati lo spazio di un mandato del board, e nel capitale attuale del gruppo Lse, dove la Borsa di Dubai svetta col 21% e il fondo sovrano del Qatar col 15%, dell’azionariato residuo di Borsa italiana è rimasto appena il 2%. Ogni commento è superfluo.

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