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«Piazza Affari non è solo lusso»

Raffaele Jerusalmi è convinto di poter dimostrare che Piazza Affari non è solo il listino del lusso made in Italy. Nella due giorni che si conclude oggi a Milano – 450 incontri one-to-one con 120 investitori venuti da tutto il mondo, «dall’Europa, il Nord-America e quest’anno anche dall’Australia» – in vetrina ci sono le principali società infrastrutturali italiane di cui 18 quotate (A2A, Acea, Ansaldo STS, Astaldi, Atlantia, Cementir, Enel, Enel Green Power, FNM, Hera, Iren, Italcementi, Prysmian, Salini-Impregilo, Sias, Snam, Telecom Italia, Terna) e cinque non quotate (2i Rete Gas, Anas, Fs, Metroweb, Ntv), e con la partecipazione di Cdp e F2i. L’iniziativa – organizzata in collaborazione con Citibank e Intermonte – è la seconda dedicata al settore. «Nei due mesi successivi a questi incontri – sottolinea l’ad di Borsa italiana – abbiamo notato che aumentano gli scambi sui titoli delle società che hanno partecipato e anche il numero degli investitori. Ne abbiamo in programma altri. Quest’anno, per la prima volta, il 26 settembre, ospiteremo l’Ipo day, con la partecipazione di Tesoro, ministero per lo Sviluppo economico e Banca d’Italia. Il 2-3 ottobre presentiamo invece le aziende Star a Londra, mentre l’8 e il 9 ottobre sarà la volta di Luxury & Finance, un evento giunto ormai alla terza edizione».
Jerusalmi considera l’elevata partecipazione a questi eventi un segnale di «positiva vivacità» e di interesse per il mercato azionario italiano che si avvia a chiudere l’anno con buoni risultati in termini di capitali raccolti e di afflusso di matricole. «Supereremo i 13 miliardi di raccolta di capitali, mentre in autunno sono attese altre quattro Ipo con una capitalizzazione iniziale superiore al miliardo». È da rilevare però che dei 10,5 miliardi di aumenti di capitale realizzati finora, la gran parte è andata alle banche bisognose di rafforzare i ratio patrimoniali e che, nei casi più problematici, si è fatto ricorso ai controversi aumenti “iperdiluitivi”. Jerusalmi però fa notare che se non fossero state quotate, molte aziende di credito non sarebbero state in grado di rafforzarsi. Quanto agli aumenti iperdiluitivi, la soluzione per evitare le distorsioni sul mercato Borsa italiana l’ha già proposta da tempo. «Abbiamo proposto di fare aumenti “rolling” – spiega l’ad di Borsa italiana – cioè di mettere nuove azioni man mano che vengono sottoscritte, con la consegna dei titoli dopo tre giorni come avviene per gli scambi sul listino». In questo modo sarebbero facilitati gli arbitraggi che consentirebbero di “normalizzare” le quotazioni, oggi invece sottoposte a pressioni che fanno lievitare i prezzi a livelli del tutto anomali nel corso dell’operazione, salvo poi schiantarsi ad aumento completato. Tocca però alle banche, in qualità di intermediari, attrezzarsi allo scopo. Prima o poi si farà.
Quanto alle nuove quotazioni, Jerusalmi sostiene che ora «c’è un interesse molto forte da parte delle aziende. Prende piede il tema della crescita in un contesto che si è fatto più competitivo e più globale. E un numero sempre maggiore di aziende riflette sulle opportunità di consolidamento, che la quotazione agevola, a crescere cioè grazie ad aggregazioni che sprigionano sinergie e si sono rivelate una scelta vincente per chi l’ha sperimentata».
A tutt’oggi, comprese le società dell’Aim, sono 22 le matricole dell’anno: 2,4 miliardi è il controvalore messo sul mercato dalle quattro società del listino principale e 173,4 milioni quanto raccolto dalle 18 microcap dell’Aim. Ai nastri di partenza ci sono società come Segafredo, Ovs, Sorgente, Fedrigoni. Altre arriveranno l’anno prossimo: tra queste dovrebbero esserci le Poste italiane. Intanto il progetto Elite – nato in Italia, e poi esportato anche in Uk, per avvicinare le pmi al mercato dei capitali – sta offrendo i primi riscontri anche in termini di nuove quotazioni: una è già arrivata alla meta (Tech Value), e altre otto si preparano allo sbarco in listino nel giro dei prossimi due anni. È pur vero che quest’anno non è andata bene per tutte le aspiranti matricole: qualcuna ha dovuto rinunciare (è il caso di Sisal e Rottapharm). In generale, osserva Jerusalmi «il mercato premia la crescita. Dove invece il socio vende o cerca di risolvere problemi di debito, lì incontra difficoltà».
Il trasferimento delle sedi all’estero – come sta per fare Fiat e come farà Lottomatica – non preoccupa invece il gestore di Borsa italiana. «Fca resterà quotata anche a Milano e con la precedente fusione Fiat Industrial-CNH abbiamo visto che oltre il 90% della liquidità si è concentrato a Piazza Affari». Poco male se aumenta la tensione competitiva: «Alla fine, è premiata la trading venue più efficiente». E Borsa italiana, secondo il suo ad, non ha timore di sfigurare.

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