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Piazza Affari, la rimonta dei dividendi: 17,3 miliardi verso le tasche dei soci

Entra nel vivo la stagione dei dividendi di Piazza Affari. Con lo stacco cedole previsto lunedì 24 maggio, l’appuntamento principale dell’anno, una nutrita pattuglia di società quotate sul listino milanese (fra le quali le «big» Eni e Generali) restituirà ai propri soci circa 5 miliardi di euro. Unita agli oltre 2,8 miliardi già distribuiti in precedenza, questa cifra lascia presagire per fine anno un bilancio un po’ più cospicuo rispetto a quello decisamente magro racimolato nel 2020, condizionato dall’impatto sui profitti della recessione scatenata da Covid e dai blocchi imposti dalle autorità regolamentari alle distribuzioni da parte di banche e assicurazioni, anche se pur sempre inferiore a quanto si era stati abituati nell’ultimo decennio.

Anche perché il mercato sembra confidare in una possibile «coda» autunnale, propiziata in primo luogo da un eventuale via libera almeno parziale ai versamenti delle banche da parte della sorveglianza Bce. Una svolta simile potrebbe permettere il pagamento di parte dell’ammontare già accantonato lo scorso anno, e forse anche di un anticipo sui profitti del 2021 così come stanno promettendo alcuni fra i principali istituti di credito nazionali, pur con tutta la cautela imposta dalla situazione.

A confermarlo sono le indicazioni che Intermonte ricava dai prezzi dei derivati normalmente utilizzati dai desk operativi. Questi valori, ritenuti particolarmente accurati dagli addetti ai lavori perché riflettono in continuazione le modifiche delle aspettative degli operatori, segnalano al momento per la Borsa milanese uno stacco dividendi pari a 780 punti dell’indice Ftse Mib: una cifra corrispondente cioè a un dividend yield del 3,21% e che è almeno di mezzo punto percentuale più elevata rispetto a quanto indicano i tradizionali dati di consenso forniti dai provider di informazioni finanziarie.

Il confronto coi precedenti

Se uno scenario simile dovesse avverarsi, Piazza Affari tornerebbe quindi ad avvicinarsi a quella dinamica dei rendimenti cedolari che nell’ultimo decennio l’avevano posta sotto i riflettori degli investitori a livello mondiale e che nell’anno di Covid erano invece precipitati all’1,92 per cento. Detta in soldoni, nelle tasche dei soci potrebbero affluire fino a 17,3 miliardi di euro contro i poco più di 13 miliardi del 2020 horribilis e non poi così lontano dai 21 miliardi record distribuiti con le cedole nel 2019.

«La differenza fra le stime degli analisti e i valori attualmente scambiati sui contratti future dei dividendi con scadenza dicembre 2021 rispecchia soprattutto la convinzione degli operatori sul fatto che la Bce possa dare via libera alle cedole del settore bancario nel quarto trimestre dell’anno», conferma Dario Grillo, condirettore generale e responsabile per l’area mercati di Intermonte Sim. Per effetto di tutto questo, dopo aver già approvato la distribuzione del massimo consentito dall’Eurotower, alcune banche (con in testa Intesa Sanpaolo, che ha già manifestato questo proposito) potrebbero aumentare il carico decidendo di pagare quanto accantonato a riserva nel bilancio 2020 «bloccato» dall’emergenza Covid e perfino di accordare un’anticipazione sugli utili (in forte crescita) che stanno maturando quest’anno.

Sulla stessa linea d’onda si starebbero sintonizzando fra le altre anche Banca Mediolanum, Fineco e Generali, che hanno preannunciato distribuzioni straordinarie non appena le autorità di sorveglianza lo consentano, con una tendenza che appare ben più marcata nel nostro Paese che altrove. «Offrire un rendimento molto interessante e decisamente superiore a quello del settore finanziario e assicurativo in Europa – spiega Grillo – potrebbe portare nei confronti dell’Italia un interesse aggiuntivo da parte degli operatori internazionali oltre a quello che stiamo già notando dopo l’arrivo di Mario Draghi al Governo».

Non solo banche e assicurazioni

Istituti di credito e assicurazioni a parte, le stime attuali risultano marginalmente più alte rispetto a quanto ipotizzato dal mercato soltanto fino a tre mesi fa e implicito nei contratti derivati alla fine del 2020, anche per effetto del miglioramento progressivo di molti indicatori sullo stato dell’economia. «Uno dei casi più significativi – ricorda l’esperto di Intermonte – è quello di Eni, perché il recupero dei prezzi delle materie prime e in particolare del petrolio indotto dalla ripresa delle attività produttive e al quale le politica dei dividendi è legata ha comportato un profondo repricing delle distribuzioni attese nel 2021 dai 39 centesimi per azione della fine dello scorso anno ai 60 centesimi attuali».

Esistono addirittura margini per un’ulteriore accelerazione – sia sul fronte bancario, sia in generale – qualora le campagne vaccinali dovessero procedere in maniera spedita e avere successo e se il mercato arrivasse a prezzare al 100% l’ipotesi di uno sblocco Bce. «In questo caso il dividend yield di Piazza Affari potrebbe anche raggiungere di nuovo il 3,5% già a partire da quest’anno», ammette Grillo. Una tendenza, quella del ritorno alla media di lungo periodo, che tanto gli analisti quanto gli operatori di mercato ritengono comunque possibile negli anni a venire, stimando rendimenti attorno al 3,7% nel 2022, al 3,6% nel 2023 e al 3,5% nel 2024. Numeri che potrebbero finalmente permettere alle quotate di Piazza Affari di avere di nuovo a disposizione quell’arma in più per sedurre i grandi investitori internazionali.

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