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Piazza Affari in bilico tra il declino e la ripresa

Recentemente Morgan Stanley ha tagliato le stime di crescita per alcune delle principali economie del Vecchio Continente, tra le quali l’Italia. Per il nostro Paese la banca d’investimento prevede che il 2013 si chiuda con un calo dell’1,7%, contro il -1,2% precedentemente stimato.
L’indice Ftse Mib dista attualmente dai massimi del 2007 di quota 44.364 il 176% circa, mentre il Dax tedesco ha superato di recente gli 8.000 punti, arrivando in vista del top del 2007 di quota 8.151 che sarebbe raggiungibile con un ulteriore rialzo di solo l’1 per cento.
Gli inguaribili ottimisti potrebbero interpretare questi dati a loro favore: dal momento che altri mercati, come quello tedesco o americano (il Dow Jones Industrial ha toccato a marzo nuovi massimi storici), hanno saputo recuperare per intero i ribassi successivi allo scoppio della bolla dei mutui subprime, anche l’Italia, una volta rimessasi in carreggiata, potrebbe riuscire a raggiungere un analogo risultato, per cui gli spazi a disposizione per una rivalutazione dell’indice sono anche più estesi rispetto a quelli degli indici di Borsa che già hanno recuperato le precedenti perdite.
La scommessa su una chiusura della forbice esistente tra i due mercati ha quindi delle ragioni storiche credibili.
Ma come dovrebbe comportarsi l’investitore nei confronti della Borsa italiana: approfittare del recente rimbalzo per neutralizzare le posizioni e guardare altrove, principalmente Germania e Stati Uniti, oppure puntare sulla chiusura di quella forbice ricordata prima?
Allo stato attuale delle cose non esiste purtroppo una risposta sicura a questa domanda: l’andamento della media mobile a 52 settimane, che gli analisti grafici utilizzano come approssimazione del trend di medio lungo periodo, è infatti orizzontale dallo scorso agosto, descrivendo quindi una incapacità del mercato di decidersi sulla via da intraprendere.
Certo, il fatto di avere interrotto una tendenza ribassista che durava, escludendo un breve intervallo a fine 2009, ininterrotta dal novembre 2007 è già un primo risultato, tuttavia per fare girare la media al rialzo serviranno sforzi maggiori rispetto a quelli visti nella seconda metà del 2012. Solo la risalita dei prezzi al di sopra di area 18.000, resistenza già testata a inizio febbraio coincidente con il 50% di ritracciamento del ribasso dal top di inizio 2011, sarebbe da leggere come un segnale credibile dell’avvio di un rialzo che possa estendere anche nel medio periodo. Ulteriori conferme positive verrebbero con il superamento di 19.100, ultimo ostacolo al raggiungimento del picco del febbraio 2011 a 23.273 punti.
La strada che porta al test di area 18.000 passa per le resistenze di 16.700 e 17.000, tappe intermedie di un viaggio che si preannuncia accidentato almeno quanto lo scenario politico domestico dei prossimi mesi. Se la rottura dei 18.000 punti potrebbe essere interpretata come un segnale in favore del l’adozione di strategie rialziste sull’indice e su strumenti a esso correlati, l’avvicinamento a quella quota per gli investitori più prudenti rappresenterebbe invece l’occasione per uscire dall’azionario, su valori che in definitiva si avvicinano ai massimi degli ultimi due anni in attesa di poter eventualmente rientrare con una prospettiva di rivalutazione ampia.
Se al contrario i prezzi dovessero scendere al di sotto dei 14.900/15.000 punti sarebbe lecito iniziare a temere il ritorno verso la parte bassa del trading range degli ultimi due anni, supporto in area 12.300 circa.
Anche in caso di violazione di 14.900 l’adozione di strategie di copertura o riduzione dell’esposizione sarebbero consigliabili.

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