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Piazza Affari, è tempo di cedole Faro su industria e banche

A primavera l’attenzione si concentra sui dividendi e per la Borsa italiana è la stagione di verifiche. Gli occhi sono tutti puntati sul titolo più “redditizio”, quello che stacca la famosa cedola tanto cara soprattutto ai cassettisti, considerata come una sorta di premio a chi crede negli anni alla società nella quale ha investito, ma anche la testimonianza dello stato di salute dell’azienda (anche se in verità spesso capita che il dividendo venga distribuito pure da società in perdita). Attenzione, però, l’ammontare del dividendo di per sè non è significativo per valutare la redditività di un titolo. Il criterio più corretto da utilizzare, semmai, è quello che risulta dal rapporto del dividendo rispetto al prezzo del titolo stesso: in sostanza a parità di cedola, più basso è il prezzo dell’azione e più elevato è il rendimento offerto all’azionista (il cosiddetto dividend yield). Nella tabella in pagina sono state pubblicate le stime Facset relative a tutti i componenti dell’indice della Borsa italiana Ftse Mib All Share. In particolare è stato indicato il dividend yield, l’ammontare del dividendo e la variazione in Borsa del titolo nell’ultimo anno. Ciò che emerge in generale nel 2012 è un dato inferiore del dividendo medio del mercato rispetto a quello staccato nel 2011: 3,20% rispetto al 4,08 per cento. Tra le singole società spicca il rendimento stimato di Sias (13,74%), nettamente superiore a quello precedente.
«La stagione è molto interessante – spiega Mario Spreafico, responsabile degli investimenti per Schroders Private Banking – perché c’è stato un effetto quotazioni soprattutto per quelle medio piccole imprese che sono state molto depresse negli ultimi due anni». In effetti tra le prime 15 aziende nella classifica per dividend yield, cinque (Cairo Communication, Mondo Tv, Ascopiave, Marr e Digital Bros) appartengono al segmento Star, che include aziende medie con capitalizzazione che va da un minimo di 40 milioni fino a un miliardo di euro. Il gestore inoltre sottolinea come l’Italia non abbia performato come gli altri paesi, un fattore, questo che gioca oggi a favore della stagione dei dividendi “nostrani”. «Certo c’è qualche eccezione come per esempio per i finanziari – prosegue Spreafico –, con le banche meno generose perché in molti casi hanno dovuto ricapitalizzare». In questo contesto è stata particolarmente contenuta la distribuzione del dividendo da parte del segmento delle banche popolari. «Un altro fattore determinante – aggiunge – è dato dal fatto che gli azionisti hanno bisogno di liquidità e questa esigenza ha spinto le società a portare avanti una politica di buona remunerazione dell’investimento. Non solo. Con i tassi d’interesse a questi livelli, e basta vedere il rendimento offerto dall’ultima asta BoT, per i risparmiatori i dividendi diventano un’opportunità sempre più interessante».
Il dividend yield, però, non deve essere l’unico indicatore per investire parte del proprio portafoglio, perché non è detto che il suo livello sia sempre elevato, anzi: può accadere che, per qualsiasi ragione, venga ridimensionato anche in maniera significativa. E anche solo l’annuncio di un calo della cedola basta a penalizzare la quotazione del titolo sul mercato. Molti gestori tendono a puntare sulle società soprattutto in base alla solidità del business, all’affidabilità del management e agli obiettivi futuri. Tutte caratteristiche che però richiedono molta competenza e che difficilmente il singolo risparmiatore è in grado di valutare autonomamente.

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