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Piazza Affari diventa la 23esima al mondo Unica in rosso da 10 anni

Ebbene sì, non c’è solo l’Inter. La patria di Thohir più forte dell’Italia anche per capitalizzazione di Borsa. E Piazza Affari diventa una piazzetta che vale meno dell’1% del mercato azionario globale. Superata anche da Messico, Malesia e appunto Indonesia, Borsa italiana è sprofondata nella 23-esima posizione nella classifica mondiale. Era ancora ottava negli anni ruggenti di inizio millennio, ma ormai è un’altra epoca. La fotografia scattata nell’ultima edizione di “Indici e Dati” dall’ufficio studi di Mediobanca lascia poco spazio all’ottimismo.
Vogliamo parlare delle performance? È l’unica delle grandi piazze mondiali – il confronto è su 28 mercati – a essere ancora in rosso rispetto ai livelli di fine 2002: alla data del 16 ottobre il rendimento del decennio allungato era ancora negativo per il 5,6% (-0,5% in media all’anno). In testa alla classifica del periodo c’è proprio l’Indonesia con un rendimento medio annuo del 24,4% e una rivalutazione complessiva del listino del 957%. Bene, cioè male. Però, allora, come fanalino di coda Milano avrà ampi margini di recupero. Nemmeno questo. A metà ottobre il price/book value dei titoli quotati a Piazza Affari era già risalito a 1,9 volte, ai livelli del 2003 e 2004 e superiore alla media del decennio che è di 1,7 volte. Grandi spazi di ripresa dei corsi non paiono essercene.
Verrebbe da dire che Piazza Affari è andata peggio perchè manca nuova linfa. Gira che ti rigira il numero delle quotate è sempre lo stesso, tant’è che dal ’98 il saldo di entrate e uscite dal listino è zero: senza contare l’innesto dell’Expandi, ogni anno sono arrivate mediamente 13,8 matricole e altrettante società se ne sono andate.
Sono le economie emergenti ad avere cambiato i connotati alla finanza mondiale, e la Borsa ne è il riflesso. Per performance, sempre da fine 2002 al 16 ottobre scorso, il primo listino “tradizionale” che si incontra in ottava posizione è la Danimarca: ritmo di crescita notevolmente inferiore agli emergenti, ma l’indice di Copenhagen è salito di un onorevole 10,4% all’anno. Segue a ruota in Nasdaq – 10,3% di rendimento medio annuo – che rappresenta la punta di diamante dell’hi-tech occidentale.
Va detto che comunque anche i Bric negli ultimi tempi hanno rallentato il passo. Nei 30 mesi che vanno da fine 2010 a metà 2013 la Borsa russa ha ceduto il 36%, l’India e il Brasile il 33% e persino la Cina con Shanghai si è mossa a passo di gambero, arretrando del 14%. Anche tra le piazze emergenti è un momento di ricambio, dato che mentre qualcuna tirava il freno qualcunaltra accelerava: la rivelazione si conferma l’Indonesia, salita nello stesso periodo del 35%. A seguire Malesia (+22%) e Messico (+13%).
Non è tutto oro quel che luccica. Non è tutto liquidabile quello che sale. Infatti se si guarda al turnover, il tasso di rotazione del listino (controvalore scambi/capitalizzazione di Borsa) calcolato come media ponderata su un decennio, si scopre che in fondo alla classifica ci sono proprio le star dei rialzi. La più “ingessata” la Borsa russa (0,15 l’indice di turnover), peggio di Mumbai (0,21) e Città del Messico (0,25). Anche le più “mature” Borse di San Paolo (0,57) e Hong Kong (0,62) non svettano. La “piccola” Piazza Affari invece sul terreno della liquidità se la gioca alla grande. Imbattibile il Nasdaq, con un indice di turnover di 5,31, ma la Borsa italiana è terza (1,65) poco sotto la Corea del Sud (1,74).
Per guardare un po’ più in dettaglio a Piazza Affari, sui rendimenti total return per la prima volta le mid cap battono le azioni di risparmio, con una media annua (calcolata dal ’96 a metà ottobre 2013) dell’8,4% rispetto all’8,2% delle azioni senza diritto di voto. Per comparto, nello stesso periodo, di gran lunga meglio i titoli industriali (8,2%) rispetto a banche (3,3%) e assicurazioni (3%). Da inizio 2012 fino al 16 ottobre, due titoli su tre si sono mossi in territorio positivo, ma uno su otto ha perso più del 25%.
Infine, una curiosità e una preoccupazione. Chi batte i BTp? Solo Gemina e Intesa, se si considera il rendimento medio annuo (con reinvestimento delle cedole) dall’84, che è stato del 10,8% per la prima e del 9% per la seconda contro il 7,7% dei Buoni del Tesoro. In coda invece FonSai, che ha perso mediamente il 7,6% all’anno e Telecom con -3,1%. Il dato preoccupante è la scomparsa degli aumenti di capitale: solo 660 milioni finora quest’anno, di cui circa 400 relativi alla sola Rcs.

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