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Piazza Affari, danni limitati dall’effetto S&P

Il saldo finale a fine seduta dice che Piazza Affari, con il calo dello 0,72% registrato dall’indice Ftse Mib, è la peggiore tra le maggiori Borse europee. Lo scostamento rispetto all’Euro Stoxx non è stato tuttavia particolarmente elevato: l’indice che calcola la performance media delle Borse europee infatti ha perso lo 0,40 per cento.
Insomma, se una reazione dei mercati alla bocciatura di Standard & Poor’s c’è indubbiamente stata, non è stata particolarmente marcata. Lo dimostra, sul fronte obbligazionario, l’esito della BoT a un anno che, pur in presenza di tassi più alti, ha registrato comunque una buona domanda (vedi articolo nella pagina accanto). Il differenziale Bund-BTp poi è risalito di appena 3 punti passando da 275 a 278 punti.
La sofferenza del comparto finanziario il cui peso, in termini di capitalizzazione è preponderante (vale il 35% dell’indice Ftse Mib) ha comunque influito sulla performance complessiva della Borsa di Milano che ha sofferto i ribassi di colossi della finanza come Generali (-2,32%) e Intesa Sanpaolo (-2,06%).
Male l’import-export cinese
Il declassamento dell’Italia da parte di S&P, come peraltro già avvenuto in passato (vedi articolo sotto), è stato accolto senza particolari scossoni perché evidentemente già scontato dai mercati.
Impatto decisamente maggiore lo hanno avuto i dati della bilancia commerciale cinese. A giugno – ha comunicato l’amministrazione delle dogane della Repubblica Popolare – le esportazioni sono calate del 3,1% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Numeri decisamente peggiori delle attese dato che il consensus degli analisti S&P Capital Iq prevedeva una crescita del 4,5 per cento. Male anche la voce importazioni. A giugno il calo è stato dello 0,7% contro previsioni di un rialzo del 6 per cento. Numeri fortemente negativi che alimentano dubbi sulla crescita della seconda economia mondiale. Il dato delle importazioni è particolarmente rilevante soprattutto per l’economia europea che, come ha ricordato l’Fmi nel suo ultimo World Economic Outlook, è particolarmente dipendente dall’andamento dell’export vista la persistente debolezza della domanda interna. Il settore che ha più risentito di questi dati è stato, come spesso accade in questi casi, quello dei minerari (-0,92% l’indice settoriale) dato che la Cina è il principale importatore di materie prime come il rame, essenziale per la sua industria.
Bene Wall Street dopo la Fed
Sul fronte valutario i dati macro cinesi hanno spinto soprattutto lo yen giapponese e il franco svizzero, considerate monete rifugio. L’euro, risalito sopra quota 1,28 dollari, si è mosso soprattutto sulla scia della relativa debolezza del dollaro. Per buona parte della giornata il mercato ha venduto la valuta americana. Movimenti per lo più dettati dalle prese di profitto dopo che nei giorni scorsi il dollar index, che monitora l’andamento del biglietto verde rispetto alle principali monete, aveva toccato i massimi da tre anni. E dalla prudenza in vista della pubblicazione delle minute della Fed arrivata poco prima delle 20, ora italiana.
Dai verbali del direttivo del 18 e 19 giugno, con cui la banca centrale ha confermato ufficialmente l’intenzione di ridurre gli stimoli monetari, è emerso che circa metà del board si è espresso a favore di una riduzione del Quantitative easing entro la fine di quest’anno. “Molti” banchieri avrebbero invece ritenuto appropriato proseguire con gli stimoli anche nel 2014 ritendendo indispensabile un ulteriore miglioramento del mercato del lavoro. Secondo Bernanke, presidente uscente della Fed, infatti, l’economia ha bisogni di stimoli monetari come dimostrano l’andamento dell’inflazione e del mercato del lavoro. Indicazioni, queste, interpretate dai mercati come un segnale che la fine della liquidità facile non avverrà tanto presto. Lo dimostra la reazione del dollaro, immediatamente sceso dopo la notizia. Di breve durata invece il movimento dell’S&P 500 che, dopo un’iniziale risalita, è tornato poco sotto la parità.

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