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Piazza Affari crolla con le banche

Era il peggior risultato possibile, quello del parlamento ingovernabile. E il peggior risultato possibile è uscito dalle urne: Senato bloccato, formazione dell’esecutivo avvolta nell’incertezza, alleanze politiche tutte da inventare. Di fronte a uno scenario simile, gli investitori nazionali ed internazionali hanno reagito nella maniera più istintiva, riversando sul mercato tutto ciò che era targato Italia, dai BTp alle azioni. Piazza Affari ha chiuso la seduta di ieri con un ribasso del 4,89%, il peggiore degli ultimi dieci mesi. Tradotto in valori assoluti, significa che le aziende quotate italiane hanno perso una capitalizzazione di 17 miliardi di euro.
Ma, come in un enorme effetto domino, l’anomalo risultato politico italiano ha fatto cadere a cascata tutti gli altri mercati, anche se in misura più contenuta, affossandone in particolare i titoli bancari più esposti al nostro Paese: Parigi ha chiuso con una flessione del 2,67%, Francoforte del 2,27%, Madrid del 3,2%, Londra dell’1,34%.
Le ragioni del crollo
La “paralisi” è una cattiva notizia per tutti gli asset. Per i BTp, anzitutto, che fino ad oggi hanno beneficiato del varo di una serie di riforme strutturali richieste a gran voce dai partner internazionali per allineare il nostro Paese al resto d’Europa. Ecco come si spiega dunque il crollo del valore dei titoli obbligazionari italiani, il cui rendimento (che si muove inversamente al prezzo) è schizzato ieri al 4,9% a 4,56% sulla scadenza decennale, con lo spread balzato a quota 344 da 293, ai livelli di inizio dicembre.
Ma il deprezzamento dei BTp si è trasferito immediatamente anche sui titoli bancari, i principali detentori di debito pubblico. Non a caso è stato il settore creditizio a subire i ribassi peggiori, con una flessione dell’8,4%, la più ampia dallo scorso agosto. Giù l’Italia, giù le banche di tutta Europa, che infatti hanno perso il 3%. Tra il 4 e il 6% le flessioni di Credit Agricole, Deutsche Bank, Bnp Paribas e Barclays. A Milano, Intesa Sanpaolo (uno degli istituti più ricchi di BTp) e Carige (finita nell’occhio del ciclone anche a causa dell’inatteso annuncio di rafforzamento del capitale da 800 milioni di euro) hanno lasciato sul terreno rispettivamente il 9,07% e il 7,8%. I cali subiti durante la seduta, superiori al 10%, hanno spinto la Consob a intervenire per vietare le vendite allo scoperto dei due titoli (pur se assistite dal possesso dei titoli come previsto dal regolamento Ue sullo “short selling”). Il divieto sui due titoli si protrarrà a tutt’oggi e anzi si allargherà a Mediolanum e Banco Popolare, che ieri hanno subito cali rispettivamente del 10,27% e del 10,47 per cento.
Assieme ai bancari sono stati venduti anche i titoli assicurativi (il cui indice è calato del 6,8%) e persino molti titoli industriali, da Enel (-5,8%) a Eni (-3%). Tra i pochi titoli a salvarsi durante la seduta ci sono società come Pirelli (+2%) o Sorin (+0,11%), premiate per la loro forte propensione all’export.
Le prospettive
Che cosa abbia spinto gli operatori ad agire così violentemente, tra volumi che sono stati superiori del 40% rispetto alla media degli ultimi 30 giorni, è chiaro. «Ci si attendeva la formazione di una maggioranza politica in grado di proseguire sul percorso delle riforme avviate dal governo Monti – spiegava ieri il responsabile di un desk azionario italiano – e invece nulla di tutto ciò, ad ora, sembra essere accaduto».
La buona intonazione di ieri sera di Wall Street potrebbe anche spingere i listini a un rimbalzo nella giornata di oggi. Tuttavia è difficile che gli investitori trascurino in prospettiva le negatività generate dalle elezioni italiane. Il punto è invece capire quanto una reazione come quella di ieri, in termini quantitativi, sia giustificata (e magari destinata a proseguire) e quanto, invece, sia stata dettata da una reazione emotiva incontrollata. «C’è stato un repricing anche legato al buon riposizionamento dei giorni scorsi – spiegano da un desk londinese – ma lo scenario per ora è favorevole alla debolezza». Almeno fino a quando il quadro politico non sarà meglio delineato, è difficile credere che gli investitori scelgano di acquistare. Certo: la rete di salvataggio (le Omt) allestita da parte della Bce può far escludere scenari catastrofici. Ma proprio perché non se ne vede a breve l’attivazione, gli operatori potrebbero non essere incentivati ad acquistare. Sul mercato, così, «tendono a prevalere i ribassisti puri che vendono allo scoperto o coloro che vendono – spiega il capo delle gestioni patrimoniali di una primaria banca italiana – per poi ricomprare a prezzi più bassi nella speranza poi di una ripresa».

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