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Piazza Affari contiene le perdite

Solo -0,2% il ribasso del listino frenato dai titoli bancari che perdono oltre il 2%
«Buy the rumor, sell the news», ossia prendi posizione sull’indiscrezione e chiudila sulla sua conferma. Il ben noto adagio di Borsa si adatta bene a descrivere la reazione dei mercati alla vittoria del «no» al referendum costituzionale italiano e alle conseguenti dimissioni del premier Matteo Renzi. Una reazione che non è stata così violenta come si temeva proprio perché il mercato da settimane aveva prefigurato un simile esito. Il responso delle urne, a differenza di quanto successo nel caso di Trump e della Brexit, è stato fedele a quando avevano previsto i sondaggisti. E, benché l’affermazione del «no» sia stata forse più netta di quanto in molti avevano messo in conto, il dato elettorale non ha cambiato più di tanto il quadro a cui gli investitori si erano preparati.
Se si esclude un po’ di volatilità sull’euro-dollaro nella notte (il cambio è sprofondato fino a 1,05 poco dopo l’annuncio delle dimissioni di Renzi per poi riprendere quota) i movimenti degli indici sono stati relativamente contenuti. Sui titoli di Stato, con rendimenti e spread sotto controllo (vedi articolo nella pagina accanto), e in Borsa. A Piazza Affari non c’è stato quel crollo che qualcuno aveva paventato alla vigilia del voto: il Ftse Mib ha perso lo 0,21% contro un rialzo medio dello 0,56% dell’indice europeo Stoxx 600. A pesare sul listino milanese è stata la performance del settore bancario. Inevitabilmente all’insegna dei ribassi visto che, con l’instabilità politica aumentano le inconite sulle operazioni di rafforzamento patrimoniale di Mps (-4,21%) e Unicredit (-3,36%). La perdita dell’indice settoriale Ftse Italia Banche (-2,19% contro un +0,76% dello Stoxx Europe Banks) non è stata tuttavia eccezionalmente negativa considerando che, nell’ultimo mese, l’indice ha chiuso in calo di oltre il 2% per quattro volte. Dai primi di settembre ai minimi toccati la scorsa settimana, l’indice bancario ha perso il 16 per cento mentre da inizio anno il saldo è negativo per il 45 per cento.
I mercati in definitiva hanno vissuto l’esito del referendum costituzionale come la conferma di ciò a cui, nelle scorse settimane, si erano preparati. Ossia all’ipotesi che le pianificate operazioni di rafforzamento patrimoniale del settore potessero essere condizionate negativamente da un contesto di instabilità politica nel Paese.
Anche se questa prospettiva era attesa tra gli investitori oggi ci si chiede, in primo luogo, quali conseguenze possano esserci sull’aumento dell’istituto più in difficoltà: il Monte dei Paschi di Siena. Dopo aver convertito in azioni un miliardo di obbligazioni subordinate la sfida è convincere gli «anchor investors» a sborsarne altri quattro entro la fine dell’anno. Senza un governo in carica tuttavia la trattativa si complica e non a caso ieri è stato deciso uno slittamento da parte delle banche del consorzio di garanzia della firma del contratto per l’avvio dell’aumento. Sapere quale governo ci sarà e quali prospettive avrà è vitale per prendere decisioni di questa importanza. Anche perché, se non si dovessero raccogliere abbastanza capitali, una qualche forma di intervento pubblico occorrerà studiarla. Anche per minimizzare l’impatto sui creditori più fragili della banca come gli obbligazionisti retail ed evitare la riproposizione su scala ben maggiore della crisi vissuta un anno fa con il salvataggio di Etruria, Banca Marche, Carichieti e Cariferrara.
Il mercato in definitiva resta alla finestra per capire cosa succederà. Anche nell’ottica di quello che inevitabilmente sarà il prossimo passaggio: le elezioni politiche. Quanto è reale l’ipotesi di un voto anticipato? Con che tempi? Con quale legge elettorale? Che probabilità ci sono di un’affermazione di partiti anti-sistema? Dare una risposta a queste domande sarà cruciale per capire come i mercati decideranno di gestire il «richio Italia» nelle prossime settimane e mesi. Nell’incertezza meglio non esporsi troppo.

Andrea Franceschi

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