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Piazza Affari-Consob duello per la Borsetta

di Alessandra Puato

Mercoledì scorso è successo in Cina, riportava il Financial Times . Per la prima volta è stata ritirata una matricola di Borsa, a offerta già iniziata: «Mancanza d’interesse degli investitori. Finisce il mito che un’Ipo (offerta pubblica d’acquisto) non possa mai fallire» . In Italia, invece, cominciamo ad abituarci. In cinque mesi sono state cancellate tre debuttanti a ridosso del collocamento: Philogen, Rhiag e Moncler. La prima perché ha perso il licenziatario principale (la Bayer), le altre due perché avevano in pancia i fondi di private equity (Alpha di Edoardo Lanzavecchia e Carlyle di Marco De Benedetti), che volevano spuntare un prezzo più alto. Difatti hanno venduto ad altri fondi, anziché andare in Borsa. Risultato. Ci si aspettava nel primo semestre una raccolta da Ipo intorno agli 1,8 miliardi, ma circa un miliardo è già sfumato. «L’effetto negativo è però sui mercati — commenta qualcuno in Consob —. Di certo non aumenta la fiducia» . «Il danno dalla perdita di una quotazione come Moncler è molto rilevante, perché poteva avere tassi di crescita elevati e fare bene al mercato» , dice del resto Raffaele Jerusalmi, amministratore delegato di Borsa. La difesa Giampio Bracchi, presidente dell’Aifi che raduna i fondi di private equity, respinge le accuse di speculazione e attacca: «È chiaro che un fondo preferisce vendere a terzi se riesce a ottenere di più. Piazza Affari è una Borsa che non riceve. Il segmento Aim per le piccole imprese non ha dato i risultati sperati e non ci sono investitori per le medie società. L’integrazione con il London Stock Exchange non ha portato visibili benefici» . «Dal 2007 la componente estera degli scambi azionari è salita dal 42 al 49%» , risponde Jerusalmi. Ma nessuna azienda italiana, per esempio, si è mai quotata a Londra: «Evidentemente non è stato negoziato un canale speciale» , nota Stefano Caselli, docente in Bocconi. L’ok a Ferragamo Ora, Consob ha dato giovedì l’ok a Ferragamo e sta vagliando altri due prospetti informativi, Fedrigoni e la piccola Sem, Sorgenti emiliane Modena, acque minerali. Dovrebbero quotarsi sul listino principale, l’Mta, «per dare un segnale agli investitori» , dicono nella commissione presieduta da Giuseppe Vegas. Ma lo faranno davvero? Si vedrà. Intanto Borsa Italiana è sempre più il fanalino di coda delle piazze internazionali. E si prepara al duello con Consob sulle competenze. Dal primo gennaio a mercoledì scorso, le Ipo in Piazza Affari (vedi tabella) sono state solo quattro e di queste nessuna sul mercato principale. Nello stesso periodo, dicono i dati di Borsa Italiana e una ricerca della Bocconi per Corriere Economia , Londra ne ha quotate il decuplo (39); New York 47; Hong Kong (dove il 24 giugno sbarcherà Prada) il triplo (13) e Francoforte dieci. Andiamo indietro? Nel 2010 Milano ha avuto dieci matricole, di cui solo due sul mercato principale e il resto sull’Aim (con meno vincoli) o sul Mac (inaccessibile ai risparmiatori). Francoforte 23, Mosca 19, Londra 95, Hong Kong 94, New York 168. E la performance? Negativa. Le matricole italiane del 2010-2011 negoziabili dai privati cittadini hanno perso in media il 21%dal collocamento con punte del 53%(Pms) e sono ferme. La «turnover velocity» , cioè la rotazione del capitale, nel gennaio-aprile 2011, è irrisoria sull’Aim: per dire, 1,08%Fintel, 4,47%Poligrafici Printing, 5,66%Pms. Le competenze Certo, pesano le condizioni negative di mercato. Ma c’è chi, come Giochi Preziosi che doveva quotarsi nel 2007, non lo farà mai più: «Il mercato non riesce a capire il valore dell’azienda» , dice Mario Barozzi, amministratore delegato di Idea Capital che l’ha in portafoglio. E a quattro anni dall’ingresso nel London Stock Exchange Group torna la domanda: serve ancora Borsa Italiana? Mentre a Palazzo Mezzanotte si stanno stringendo — ristrutturano per accogliere 200 persone dal Monte Titoli e dagli uffici di via Mazzini — la Consob di Giuseppe Vegas preme ancora per riportare a sé, com’era fino al 2008, il compito di ammettere le aziende al listino. «L’assegnazione del listing alla Consob — ribadisce Vegas al Corriere Economia — potrebbe eliminare il problema dei conflitti d’interesse, che possono condizionare una società per azioni, dunque orientata al profitto, come la Borsa. L’assetto attuale, che dà a Borsa il compito del listing e alla Consob quello del controllo dei prospetti informativi, costringe le aziende ad avere due interlocutori ai quali fornire informazioni che, per la gran parte, coincidono» . Risposta di Jerusalmi: «Ne stiamo discutendo con Consob e con i soggetti coinvolti perché siano individuate le soluzioni migliori, le più efficienti nell’interesse del mercato» . I costi È chiaro che la partita è di sistema, ma per la Consob la marcia indietro è anche un modo per ridurre i costi di quotazione: un problema per le aziende, anche perché poi restare in Borsa, in Italia, è caro. Secondo i calcoli di Valter Lazzari, docente in Bocconi e coautore di un rapporto per Assonime, le tariffe di Borsa Italiana (vedi tabella) sono le più alte al mondo, tolta New York: 12,5 milioni incassati all’anno, il sestuplo di Francoforte, il quintuplo di Zurigo, il quadruplo di Londra, il triplo di Tokyo. E ogni quotazione cancellata è lavoro buttato per Borsa e Consob. Dalla mancata quotazione di Moncler, Consob ha perso circa 76 mila euro di contributo di vigilanza e Borsa Italiana circa 120 mila euro l’anno. Questa settimana Jerusalmi incontrerà le banche del consorzio di collocamento di Moncler, cioè Banca Imi, Merrill Lynch e Morgan Stanley. «Vogliamo capire come ridurre il divario fra le valutazioni degli investitori tradizionali e quelle dei fondi di private equity» , dice. Il 28 sarà nominato il nuovo presidente di Borsa, Massimo Tononi, e il 30 c’è l’assemblea per l’attesa fusione di Londra con Toronto. Gli italiani in consiglio sarebbero tre su 15, Jerusalmi, Tononi e Andrea Munari. Chissà se avranno almeno Ferragamo come consolazione.

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