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Piazza Affari, biennio da record Ma tra i big resta fanalino di coda

Dopo la grande crisi, Piazza Affari ha recuperato un po’ di terreno: chi ha investito a inizio gennaio 2012, a metà ottobre ha portato a casa un guadagno pari al 26,1% e due terzi dei titoli ha segnato una variazione di prezzo positiva. Però la Borsa italiana è la sola, fra i principali mercati mondiali, a restare in «rosso» nell’ultimo decennio: il nostro indice da fine 2002 ha perso il 5,6%, mentre le variazioni degli altri indici generali sono positive. Anche per questa ragione Piazza Affari continua a perdere quota nella classifica dei mercati: a fine giugno di quest’anno era scesa per capitalizzazione complessiva dal ventesimo al posto numero 23, superata da listini emergenti come Messico, Malesia e Indonesia. Probabilmente il recupero successivo ha portato a rimescolare le posizioni di coda, ma un dato è certo: nel 2002 il nostro mercato azionario era il nono al mondo, a fine 2003 il decimo e poi è scivolato continuamente perdendo posizioni.
Come sempre l’analisi realizzata dall’Ufficio studi di Mediobanca nel rapporto «Indici e dati» ha un orizzonte di lungo periodo e da questa prospettiva il nostro listino è sempre meno rappresentativo in termini internazionali e anche solo della nostra realtà economica, visto che il suo peso sul Pil è pari oggi al 28%, ben lontano dal 70% del Duemila ma anche dal 52,8% del 2007, valore che va considerato con attenzione perché per tutte le altre principali piazze borsistiche mondiali è superiore al 50%.
E non appare di grande conforto il fatto che un investimento realizzato a fine 2012 in Borsa presenti un rendimento annuo del 28,8% contro il 2,88% dei Bot: negli ultimi 18 anni le azioni hanno reso in media di più in otto casi, e non sempre è possibile determinare se il surplus abbia compensato il risparmiatore per il maggior rischio assunto, rispetto ai titoli di Stato risk free .
Sulla perdita di capitalizzazione della nostra Borsa ha influito in modo determinante il calo dei prezzi dei titoli bancari. A inizio 2007 il listino «valeva» complessivamente 769,5 miliardi e i titoli degli istituti di credito 247,9 miliardi: il peso delle banche era pari dunque al 32,2%, contro quello degli industriali che superava di poco il 58%. a giugno 2013, gli istituti capitalizzano 61 miliardi e pesano per il 17,5%, mentre le imprese con 261 miliardi rappresentano il 74% del listino. E proprio le banche sono teoricamente le prede più «appetibili»: valgono in Borsa più o meno come il loro capitale netto.
E dire che proprio gli aumenti di capitale degli istituti hanno contribuito a far «risalire» la raccolta nel 2012 a 10,5 miliardi, quota lontana dai 17,5 toccati nel 2009, che comprendevano però la maxi operazione dell’Enel (8 miliardi). Aumenti, quelli degli istituti, per così dire soprattutto «emergenziali»: in Borsa per la verità affluiscono pochi capitali attraverso aumenti, emissioni e quotazioni, mentre sono sempre stati elevati i dividendi. Così, in dieci anni sono defluiti circa 170 miliardi, pari al 40% della capitalizzazione complessiva attuale. E l’uscita avrebbe sfiorato i 200 miliardi senza gli interventi necessari sugli istituti di credito. Piazza Affari resta poco «attraente», come del resto dimostrano le nuove quotazioni: dal 1998, anno di privatizzazione della borsa, il saldo netto fra ingressi e delisting e pari a zero. E su 188 uscite dal listino registrate fra il Duemila e il 2013, nella metà dei casi la permanenza in Borsa è stata inferiore ai 10 anni, e nel 42% non ha superato i tre. Le ragioni? Un tempo prevalevano le Opa di riacquisto. Oggi almeno un caso su cinque di delisting è attribuibile alla crisi.

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