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Piastrelle, la rimonta asiatica

Tredici. Per la piastrella italiana è il numero chiave, allo stesso tempo sintesi e baluardo della propria capacità competitiva.
Quei 13 euro al metro quadro che i nostri produttori riescono a spuntare sui mercati internazionali rappresentano infatti la cifra distintiva della nostra produzione, posizionata opportunamente nella fascia alta di mercato. Il prezzo italiano, che sfiora quota 14 euro sui mercati europei nei primi sei mesi dell’anno, è infatti ad un livello doppio e in alcuni casi triplo o quadruplo rispetto a quello dei principali produttori mondiali, per i quali a correre sono invece le quantità.
A pochi giorni dall’avvio di Cersaie (22-26 settembre, presso la Fiera di Bologna), maggiore rassegna mondiale del settore, il comparto italiano si trova ancora una volta ad affrontare uno scenario bipolare: la caduta continua del mercato interno che si contrappone alla crescita oltreconfine.
Il crollo dei volumi nazionali, dimezzati a 86 milioni di metri quadri rispetto al periodo pre-crisi, è l’elemento determinante che spiega il lento scivolamento dell’Italia verso le posizioni di rincalzo nella top-ten mondiale dei produttori. Ancora quarta al mondo per volumi nel 2009 alle spalle di Cina, Brasile e India, l’Italia è stata prima superata per output prodotto entro i confini nazionali dall’Iran, poi nel 2012 dalla Spagna, ora anche dall’Indonesia. Tra i primi dieci produttori mondiali di piastrelle, nella classifica stilata dall’ufficio studi Acimac, soltanto il Messico, oltre a noi, presenta nel 2013 volumi in calo e di questo passo sarà la Turchia, forte di un balzo superiore al 20% lo scorso anno, a relegarci all’ottavo posto al mondo nel 2014. Movimenti in graduatoria che in fondo non fanno che rispecchiare il quadro più generale del Paese, con una quota di valore aggiunto sul manifatturiero che cede tre punti percentuali in rapporto al Pil dal 2008 ad oggi ed una produzione industriale abbattuta mediamente di un quarto.
Le piastrelle non fanno eccezione, anche perché sul comparto, altamente energivoro, pesano le bollette più care d’Europa, handicap aggiuntivo sulla competitività del settore. Al “dimagrimento” dei volumi prodotti in Italia per fortuna i produttori nazionali di piastrelle sono riusciti a reagire in due modi: da un lato rilanciando la produzione oltreconfine (arrivata ad oltre un terzo dell’output nazionale) soprattutto nei mercati in cui logistica e costi di trasporto rendono arduo l’export; dall’altro investendo per aumentare l’efficienza interna e il livello qualitativo dei prodotti. Azione che si svolge a tutto campo rinnovando non solo colori e design ma inserendo anche nuovi contenuti tecnologici, a loro volta in grado di allargare l’ambito di utilizzo del prodotto.
Un esempio è la produzione di piastrelle ipersottili, fino a tre millimetri di spessore, con maxi-lastre lunghe tre metri e dunque adatte ad essere utilizzate non solo per i pavimenti ma anche per i rivestimenti delle pareti. La sintesi di questo posizionamento strategico è appunto nel valore medio dei nostri prodotti, quasi il doppio rispetto ai sette euro delle piastrelle spagnole, poco meno del triplo se il confronto è con Cina o Turchia, esattamente il quadruplo prendendo come parametro Messico, Brasile o Vietnam. Grazie a questo plusvalore, pur in un momento di grande difficoltà nella tenuta dei volumi, l’Italia mantiene ampiamente la seconda piazza mondiale nei valori di export, avvicinandosi lo scorso anno ai quattro miliardi di euro (quasi il doppio rispetto alla Spagna) e ancora in buona accelerazione nella prima metà del 2014. Tra gennaio e giugno i valori crescono di oltre sette punti percentuali, grazie in particolare al traino Ue.
Una sfida, quella della competizione globale, che presenta ai nostri produttori anno dopo anno difficoltà aggiuntive, spostando progressivamente nei mercati remoti le aree più dinamiche del consumo mondiale. Nella top ten dei maggiori consumatori (per metri quadri) sono infatti Asia e Medio Oriente a spadroneggiare, mentre nella classifica dei principali importatori solo Francia e Germania resistono in Europa tra i primi dieci. Guardando ai valori e non ai metri quadri, come detto, il discorso cambia e l’Europa risale la china. Ma le grandezze in gioco sono ormai molto distanti ed è chiaro che la crescita si stia spostando altrove: l’Asia da sola vale il 66,5% del consumo mondiale di piastrelle, l’Europa appena il 12,3 per cento.

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