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Piano Trump, sì alla voluntary

Un’imposta straordinaria una tantum di circa il 14% per riportare negli Stati Uniti i quasi 3 mila miliardi di dollari di profitti accumulati all’estero dalle aziende americane. Imposta sui redditi societari abbattuta dal 35 al 20%. Modifica agli scaglioni dell’imposta sui redditi delle persone fisiche, la cui aliquota massima scenderà dall’attuale 39,6% al 38,5%. Alleggerimento del prelievo sulle società di persone e dell’imposta sulle successioni. Questi i capisaldi della riforma fiscale di Donald Trump, approvata dal senato al termine di una concitata sessione notturna il 2 dicembre, dopo il via libera arrivato dalla camera lo scorso 16 novembre.

I due testi, pur condividendo le linee «strategiche», presentano numerose differenze tecniche, che dovranno ora essere limate nell’attività di riconciliazione tra i due rami del Congresso, per arrivare alla firma del presidente verosimilmente entro Natale. Anche se i numeri risicati della maggioranza al senato non garantiscono certezze (la proposta è passata con 51 voti favorevoli contro 49; oltre ai 48 democratici, l’unico senatore repubblicano a votare no è stato Bob Corker del Tennessee). Quello su cui tutti sembrano concordare sono gli effetti finanziari del «Tax cut and jobs act», annunciato come la più grande riforma fiscale degli Usa dagli anni 80, che costerà all’erario dello zio Sam tra i 1.200 e i 1.500 miliardi di minori entrate nei prossimi 10 anni. Al punto che, nel corso del dibattito parlamentare, sono state discusse (ma non introdotte) alcune clausole che ritarderebbero o cancellerebbero l’entrata in vigore di certe misure espansive qualora gli obiettivi di crescita economica non venissero centrati, per tenere sotto controllo il deficit.

Repatriation tax. Confermata tassazione agevolata per il rimpatrio dei profitti accantonati all’estero dalle multinazionali. Somme che, una volta regolarizzate verso il fisco americano, potranno essere liberamente utilizzate dalle società: tanto per investimenti, con i conseguenti effetti positivi sull’economia reale e sui posti di lavoro, tanto sui mercati finanziari. L’aliquota dell’una tantum proposta inizialmente per il cash e gli altri titoli liquidi, il 12%, è salita al 14% alla camera e al 14,5% in senato. Per gli asset non liquidi, dal 5% si è passati al 7% e poi al 7,5%. Senza questa opportunità di regolarizzazione, i profitti rimpatriati sconterebbero oggi l’imposta piena del 35%.

Persone fisiche. Rispetto ai sette scaglioni previsti attualmente per l’Irpef americana, con aliquote progressive variabili tra il 10% (per i redditi fino a 9.275 dollari annui) e il 39,6% (sopra i 415 mila dollari), il disegno di legge approvato dalla camera prevedeva la riduzione a quattro scaglioni, con una «forchetta fiscale» dal 12% al 39,6%. Il senato ha invece mantenuto i sette scaglioni, riducendo il prelievo per i redditi sopra i 500 mila dollari al 38,5%.

Small business. Riforma in vista per i redditi delle società di persone e delle partnership, tassate per trasparenza in capo alle persone fisiche con il metodo «pass through». Oggi i soci verserebbero l’imposta federale progressiva fino al 39,6%. La versione varata dalla camera proponeva un prelievo massimo del 25%. Il senato, invece, ha riscritto la misura prevedendo un abbattimento forfettario del reddito del 23%. Alcuni settori, come i servizi legali, finanziari e medici, resterebbero però esclusi dall’agevolazione.

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