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Piano salva-banche, il costo sale oltre i 2 miliardi

Dopo Cassa di risparmio di Ferrara, anche Banca Marche verrà acquisita (e quindi salvata) dal Fondo interbancario di tutela dei depositi, vale a dire dalla parte sana del sistema italiano del credito.
Per Carife il consorzio che raduna tutte le banche italiane tranne le Bcc aveva messo sul tavolo 300 milioni, nel caso dell’istituto con sede a Jesi il conto è salito oltre un miliardo; al quale potrebbe essere aggiunto un contributo (stimato intorno ai 400 milioni) da parte dei titolari di obbligazioni subordinate, anche se la decisione spetterà alla Banca d’Italia, che vestirà i panni dell’autorità di risoluzione e deciderà caso per caso. Nelle prossime settimane un’analoga delibera dovrebbe essere presa su Popolare Etruria, per un ammontare complessivo del piano di salvataggio che dovrebbe superare i 2,2 miliardi, tra contributi delle banche e conversione dei bond.
Tornando a Banca Marche, l’operazione, che dovrebbe scongiurare il bail in, è stata deliberata ieri – all’unanimità – dal consiglio del Fondo, su richiesta dei commissari dell’istituto con sede a Jesi, da due anni in amministrazione straordinaria. Proprio grazie alla delibera adottata ieri, nei prossimi giorni la Banca d’Italia potrà prorogare il commissariamento attualmente in scadenza, pre-requisito necessario per approvare il salvataggio.
La decisione, anticipata da Il Sole 24 Ore all’inizio di settembre, era nell’aria da settimane ed è stata ufficializzata ieri dal Fondo con un comunicato. Resta riservato l’ammontare dell’aumento, che tuttavia come accennato dovrebbe aggirarsi a 1,2 miliardi: la cifra esatta verrà definitivamente a galla nei prossimi giorni, perché ora «i commissari straordinari dovranno ora provvedere a strutturare l’operazione in tutti i suoi dettagli», secondo quanto specificato dalla nota diffusa dal Fondo.
Continua pagina 37 Luca Davi
Marco FerrandoContinua da pagina 35 Nei giorni scorsi l’advisor del Fitd, Kpmg, ha consegnato una nuova due diligence sull’istituto; è di qui che i commissari partiranno per definire l’ammontare dell’aumento, al centro di un’assemblea che dovrebbe tenersi nel mese di novembre.
Per il momento, tuttavia, il salvataggio rimane teorico. Per metterlo in pratica, infatti, servirà ancora una lunga serie di passaggi di carattere normativo e autorizzativo; sul primo fronte, «la decisione del Fondo verrà attuata successivamente all’entrata in vigore del decreto legislativo di recepimento della direttiva europea in materia di risanamento e risoluzione degli enti creditizi», come spiega il Fondo; si tratta della direttiva Brrd, spezzettata in una serie di decreti approvati il 10 settembre scorso dal Governo ma tuttora in attesa di un nuovo passaggio parlamentare. Solo una volta definito il quadro normativo potrà scattare la richiesta per l’approvazione da parte della Banca d’Italia (che deve anche autorizzare le modifiche allo statuto del fondo) e della Bce: per l’acquisizione di una partecipazione di controllo serve infatti il benestare della Vigilanza europea, che ad esempio non l’ha ancora accordato nel caso di Cassa di risparmio di Ferrara. Anche la Commissione europea – che ieri ha confermato contatti con l’Italia al riguardo – dovrà dare il proprio via libera, escludendo la presenza di aiuti di stato.
Il tutto, come noto, andrà comunque concluso entro la fine dell’anno. Dal 2016, infatti, scattano le nuove regole sul bail-in e l’amministrazione straordinaria non mette al riparo una banca dal meccanismo di risoluzione che potrebbe coinvolgere non solo i soci e gli obbligazionisti ma anche i depositanti oltre i 100mila euro. E lo stesso percorso andrà compiuto per la Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, l’altro istituto di medie dimensioni attualmente commissariato. In questo caso la due diligence è iniziata soltanto la settimana scorsa, ma l’obiettivo è quello di correre al massimo, in modo da mettere il Fondo in condizione di deliberare già nel mese di ottobre. Dalle prime analisi, ancora provvisorie, emergerebbe un fabbisogno di circa 300 milioni di euro. Somma a cui si potrebbe aggiungere – ma anche su questo servono ulteriori valutazioni da parte della Vigilanza – la necessità di convertire bond subordinati per un valore di circa 2-300 milioni.
Analogamente a quanto già stabilito per Carife, anche per Banca Marche e Popolare Etruria, il consorzio utilizzerà le risorse delle banche sane. Vale a dire i fondi che ogni istituto a partire da quest’anno deve accantonare a favore del nuovo sistema europeo dei fondi di risoluzione: non appena le normativa verrà approvata, gli istituti italiani inizieranno a versare le rate del 2015, comunque non sufficienti a copriri i due miliardi di fabbisogno stimato per i tre interventi. Tutto quello che mancherà all’appello verrà reperito sul mercato, con linee di credito accordate dalle banche e successivamente rimborsate con i prossimi versamenti annuali.
Una volta acquisito direttamente il controllo delle banche, il Fondo – e qui sta la vera sfida dell’operazione di salvataggio – rinnoverà i singoli board e avvierà un piano di rilancio, con l’obiettivo di cedere le quote entro un orizzonte di 2-3 anni; tra le ipotesi, c’è quella di valutare l’ipotesi di integrare le tre banche.
In parallelo, il Fondo istituirà una società veicolo, una sorta di “corporate center” che eroghi servizi centralizzati a favore degli istituti, come ad esempio la cessione di Npl. Anche se non è escluso che il veicolo stesso possa assumere direttamente tutte o parte delle quote.

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