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Piano per recuperare le tasse arretrate

Un nuovo piano operativo per scalare la montagna ciclopica delle cartelle esattoriali arretrate – 527 miliardi di euro di tasse, tributi locali e contributi previdenziali che non sono mai state pagate – con l’obiettivo di recuperare qualcosa sulle partite più recenti ma abbandonando, di fatto, le più vecchie. Il meccanismo prevederebbe di verificare le cartelle 2014 entro il 2017, e andare indietro, anno per anno, a partire dal 2018, con un calendario che porterebbe sui tavoli solo nel 2031 le richieste avviate dal Fisco nel 2000: ogni anno, i dossier ormai considerati “persi” dall’agente della riscossione arriverebbero agli enti creditori (Stato, Inps, enti locali e così via), che «di norma» ne dovrebbero controllare il 5% lasciando gli altri al proprio destino. A preparare il piano è il ministero dell’Economia, che in vista dei correttivi per la legge di stabilità ha scritto un’ipotesi di norma che rivoluziona in questo modo il trattamento delle vecchie cartelle.
La mole degli arretrati
Per capire il problema e le ipotesi di soluzione bisogna fare un passo indietro e andarsi a rileggere la risposta data l’11 luglio 2013 dal viceministro dell’Economia, Luigi Casero, a un’interrogazione presentata dal presidente della commissione Finanze della Camera, Daniele Capezzone, di Fi, e dall’allora deputato di Scelta civica, Enrico Zanetti, oggi sottosegretario a Via XX Settembre. In quell’occasione Casero spiegò che fra 2000 e 2012 il Fisco è andato a caccia di circa 807,7 miliardi di euro che non erano stati pagati spontaneamente dai contribuenti, e che quindi hanno spinto l’amministrazione finanziaria a far partire la riscossione coattiva con l’emissione del ruolo. Nel tempo cartelle per 193,1 miliardi sono state cancellate (tecnicamente «scaricate») per varie ragioni, per esempio perché il Fisco ha perso in giudizio contro il presunto debitore, ma gli altri 614,6 miliardi di crediti sono rimasti in piedi e solo 69 miliardi (l’11,2% del totale) sono stati incassato davvero. Il resto, 545 miliardi, costituisce la montagna che ora bisognerebbe scalare senza farsi troppo male, cioè cercando di recuperare almeno una parte dei vecchi crediti senza essere costretti a concentrare su questo punto tutte le forze e quindi ad abbandonare la lotta all’evasione più “contemporanea”.
La fila delle proroghe
Il 31 dicembre, infatti, scade l’ultima proroga sulle «comunicazioni di inesigibilità», che Equitalia dovrebbe mandare agli enti creditori quando non riesce a portare la cartella all’incasso entro tre anni. Dal 2000 a oggi questo ritmo triennale non è stato mai rispettato, proprio grazie alle proroghe che puntualmente hanno rinviato di un anno le scadenze: trattandosi di soldi pubblici, infatti, la rinuncia al credito dovrebbe essere preceduta da un puntuale controllo sull’effettiva inesigibilità della cartella, e le proroghe hanno rinviato il problema ma hanno finito per costruire una montagna oggi praticamente ingestibile. Il 5 novembre, rispondendo a un’interrogazione sul tema, il sottosegretario all’Economia, Enrico Zanetti, ha spiegato che il Governo stava «valutando le misure più appropriate» per affrontare «il considerevole impegno ai fini del controllo di legge», e vista la storia recente si è pensato a una nuova proroga. Ma il progetto ministeriale, se davvero troverà spazio nella legge di stabilità oppure in un decreto attuativo della delega fiscale, è decisamente più complesso.
Il testo
La bozza preparata dall’Economia modifica due articoli del Testo unico della riscossione (articoli 19 e 20 del decreto legislativo 112/1999) e ne aggiunge un terzo, nuovo di zecca. Le novità più importanti sono proprio in quest’ultimo, dove si legge che «per i ruoli consegnati nel 2014 le comunicazioni di inesigibilità sono presentate (da Equitalia agli enti creditori, ndr) entro il 31 dicembre 2017 e per quelli consegnati negli anni precedenti, sono presentate per singole annualità di consegna partendo dalla più recente, entro il 31 dicembre di ciascun anno successivo al 2017». Nel 2018, quindi, Stato, Inps ed enti locali dovrebbero verificare le cartelle 2013, nel 2019 quelle del 2012 e così via fino al 2031, quando arriveranno i ruoli nati nel 2000. Ogni anno, in base alla proposta di modifica dell’articolo 20, «l’ente creditore, tenuto conto del principio di economicità dell’azione amministrativa e della capacità operativa della struttura di controllo, (effettua le verifiche, ndr) di norma in misura non superiore al 5% delle quote comprese nelle comunicazioni di inesigibilità di ciascun anno».
Le conseguenze
In pratica, alle amministrazioni si chiederebbe di concentrare la propria azione sui crediti più pesanti, ma attenzione: secondo la risposta fornita dal viceministro all’Economia, Luigi Casero, all’interrogazione dell’11 luglio 2013 (quella citata sopra, nella quale l’attuale sottosegretario Zanetti era nelle vesti di onorevole interrogante, insieme al presidente della commissione Finanze della Camera Daniele Capezzone, di Fi) l’80% dell’arretrato al 2012 è «riferibile a debitori iscritti a ruolo per importi complessivamente pari o superiori a 500mila euro (121.409 soggetti per un carico netto residuo da riscuotere pari a 452 miliardi di euro)». Anche una verifica a campione sul 5%, dunque, rischia di trascurare somme importanti. Il bilancio dello Stato, in realtà, ha già scontato il rischio di mancata riscossione perché, come spiegato sempre da Casero, «il Fisco annualmente svaluta circa l’82 per cento dei crediti iscritti a ruolo», mentre nell’Inps la svalutazione è del 44%: negli enti locali, che pesano però per circa il 5% del totale, il problema sarà affrontato davvero a partire dall’anno prossimo con l’entrata in vigore della riforma dei bilanci.
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