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Il piano di Mustier per la nuova Unicredit (che piace a S&P’s)

Piccoli segnali di cambiamento. Dopo anni che hanno visto le banche italiane tra i bersagli preferiti degli analisti, a causa della scarsa redditività, della modestissima esposizione estera e di un carico estremamente pesante di Non performing loans (Npl), i prestiti non restituiti, qualcosa si sta muovendo in direzione opposta.

Lunedì scorso l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha alzato l’outlook di Unicredit a «stabile» dal precedente valore «negativo». Il giorno successivo un’altra agenzia di rating, Moody’s, in un report, ha scritto che la qualità degli attivi delle banche italiane è nettamente migliorata. «Dal 2016 — ha detto Fabio Iannò, di Moody’s — le banche italiane hanno cartolarizzato prestiti insolventi per 62 miliardi in 21 operazioni, aiutati dallo schema di garanzia Gacs», che ha trainato la pulizia dei conti. Un risultato cui si è giunti grazie soprattutto alla spinta di Unicredit, Intesa Sanpaolo, Banco Bpm, Mps e Ubi.

Unicredit sembra vivere un momento particolare, almeno per l’attivismo. Il ceo Jean Pierre Mustier ha appena posto l’accento sulla volontà di portare a 10 miliardi il controvalore degli Npl alla fine del 2019, dai 14,9 miliardi attuali. Mentre la cessione del 35 per cento di Finecobank ha consentito di portare in cassa oltre 2,1 miliardi cash. Un colpo, secondo alcuni, che si giustifica con i multipli espressi dall’ex controllata Fineco attiva nel wealth management e nei servizi di banking online, che sono più elevati rispetto alla media del settore. I numeri, in questo caso, spiegano molto, ma non tutto. In Unicredit infatti stanno predisponendo la costituzione di una holding basata in Germania e controllata al 100 per cento dall’Italia, sotto cui raggruppare tutte le tredici controllate estere. Una mossa che potrebbe non esclusivamente favorire una provvista a costi più favorevoli rispetto a una banca «solo» italiana, ma essere preludio dell’attesa operazione cross-border.

Stefano Righi

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