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Il piano Mps stretto fra Bce e Bruxelles

Come richiesto dalla Bce, il Monte dei Paschi ha bisogno con urgenza di nuovo capitale. E lo Stato è pronto a mettercelo, come ha autorizzato la Commissione europea con il via libera al decreto salva-risparmio (poi convertito). Ma sul «quanto» e sul «come», le opinioni di Francoforte e Bruxelles sembrano parecchio divergenti. E Siena, prima banca a trovarsi nello scomodo crocevia tra la Vigilanza unica e la disciplina Ue sugli aiuti di Stato, rischia di farne le spese.
Da due mesi la banca più antica del mondo è impegnata in una trattativa a quattro – di mezzo c’è anche il Tesoro, futuro azionista di controllo – che dovrebbe portarla a elaborare un piano industriale (gestione Npl, riduzione costi, rilancio raccolta) da sottoporre a Bruxelles per poter ricevere il via libera all’ingresso dello Stato. Stando alle dichiarazioni ufficiali si sperava di essere ormai a buon punto e invece, dopo i primi abboccamenti tra il management e la temuta Dg Comp, ancora si è nel pieno del negoziato. Un allungarsi dei tempi ritenuto fisiologico dal capo della Segreteria tecnica del Mef, Fabrizio Pagani («Sono molto fiducioso, non ci sono pressioni da Bruxelles», ha detto l’altroieri) ma che ieri ha insospettito il Financial Times, che ha denunciato una spaccatura tra le due authority sul caso Siena.
Tutti gli interessati sono affrettati a smentire. Ma tra le righe emerge un certo disallineamento: prima il portavoce della commissaria Ue alla concorrenza Margrethe Vestager ha affermato che l’Antitrust di Bruxelles «sta lavorando sia con le autorità italiane sia con quelle di supervisione», poi la Bce ha puntualizzato che l’accordo sulla ricapitalizzazione precauzionale del Monte dei Paschi riguarda «esclusivamente» le autorità italiane e la Commissione Europea. Presa in mezzo, la banca ha preferito non esprimersi, e analoga è stata la scelta del Tesoro. Dal ministero si fa comunque notare che le posizioni non proprio collimanti espresse da Bce e commissione indicano che su una procedura inedita come la ricapitalizzazione precauzionale c’è ancora bisogno di allineare le posizioni. Il tempo non manca, perché la partita di Siena dovrebbe chiudersi tra aprile e maggio, ma certo l’incertezza non aiuta. Va ricordato, però, che le regole sullo «sconto» per l’ingresso del Tesoro e sull’applicazione del burden sharing con gli indennizzi per i piccoli investitori erano state scritte nel decreto e corrette nella legge di conversione dopo un confronto intenso con l’Unione europea, come sempre accade in questi casi per evitare sorprese successive.
Ma allora da dove nasce il problema? La sua origine potrebbe trovarsi nelle distanze “strutturali” che separano Francoforte da Bruxelles. Per la Banca centrale europea, quando c’è di mezzo una vigilata il capitale è un vero è proprio mantra. Figuriamoci se si tratta del Monte dei Paschi, finito ultimo ai test sulla solidità effettuati a luglio: per Francoforte più capitale arriva a Siena e meglio è tanto che, non a caso, il giorno dopo Natale ha alzato l’asticella da 5 a 8,8 miliardi. Per la Commissione europea, invece, vale l’opposto: se si tratta di capitale pubblico – e quindi di aiuto di Stato – il contributo deve essere limitato allo stretto necessario, in modo da non distorcere la concorrenza e favorirne il rimborso nei tempi più ravvicinati possibile.
In banca, intanto, si continua a lavorare. Giovedì si riunirà il cda e non è escluso (ma neanche probabile) che si possa esaminare una nuova bozza del piano industriale: sul tavolo c’è una nuova riduzione di filiali e personale e il rilancio di raccolta e scorporo immediato, via bad bank interna, di tutti i 28,5 miliardi di Npl già al centro del piano di dicembre. Nella speranza che possa bastare a trovare una quadratura del cerchio tutt’altro che agevole.

Marco Ferrando
Gianni Trovati

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