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Il nuovo piano Montepaschi punta a remunerare i soci con una cedola del 6-7%

Vigilia di tensione a Siena, per il cda che farà il punto sulla vendita di 9 miliardi di crediti inesigibili, la contestuale ricapitalizzazione fino a 5 miliardi sul mercato e il piano strategico, che sarà reso noto fra tre settimane e servirà a convincere gli investitori a puntare sulla banca per la terza volta in tre anni. Cardini del piano, si apprende, saranno il riallineamento dei costi del credito e del finanziamento del Monte alle rivali, la chiusura di altre filiali (oggi sono 2.100, un terzo in meno degli anni della grandeur di Antonveneta) e il rilancio degli utili, che già nel primo semestre erano di 300 milioni ed entro il 2019 potrebbero perfino tornare ai soci in forma di dividendi (sempre che la Bce tolga il veto in vigore).
Dalle prime simulazioni fatte a Rocca Salimbeni le premesse tecniche per remunerare il costo del nuovo capitale, con obiettivo del 6-7% annuo, ci sarebbero. Il miglioramento proviene soprattutto per due automatismi: vendere tutte le sofferenze della banca dimezzerà il costo del credito riportandolo attorno ai 70 punti base che paga in media il settore; e riallineerà il costo del funding Mps, oggi sui 150-200 punti base superiore alla concorrenza. Altro automatismo riguarda la liquidità: dopo la turbolenza post Brexit si è ridotta, come già a gennaio, ma nelle ultime settimane l’emorragia sembra si sia fermata. I vertici guidati da Fabrizio Viola e Massimo Tononi sperano che le doti di resilienza della rete Mps nel trattenere i fondi si rivelino un fattore di forza quando la banca sarà liberata dal fardello delle sofferenze.
Fin qui il piano in nuce. Ma il cda oggi, presenti gli advisor Jp Morgan e Mediobanca, difficilmente prenderà decisioni, perché molte opzioni restano sul tavolo in attesa dei diktat di governo e regolatori. La prima è la tempistica, che per tutti gli investitori sondati non può prescindere dal referendum costituzionale (ammesso termini con la vittoria del “sì”, perché con il no, come ha scritto Goldman Sachs, «aumenterebbe la probabilità di una ristrutturazione di Mps con fondi pubblici »). Detto che tocca aspettare la consultazione e incrociare le dita, a Siena tengono il 4 dicembre come ultima data delle urne per poter chiudere il cantiere nel 2016.
La decisione è del consiglio dei ministri, che ha tempo fino a metà ottobre: e i sondaggi incerti sembrano indurre Matteo Renzi a prendersi tutto il tempo. L’ultima data possibile è metà dicembre, è in tal caso la doppia operazione Mps slitterebbe alla finestra successiva, di febbraio 2017. Andare all’anno nuovo, se ha il difetto di lasciare la fragile banca in balia di nuovi rovesci, e al concorrente aumento di Unicredit che si prepara per gennaio, avrebbe forse il vantaggio di ampliare la platea dei portatori di bond subordinati Mps invitati a convertirli in azioni. La conversione si farà, ma non è ancora chiaro su quali titoli. Nelle ultime riunioni Consob e Tesoro non avrebbero posto veti a coinvolgere, oltre ai 3 miliardi di euro di subordinati degli investitori istituzionali, i 2 miliardi di titoli venduti dalla rete Mps ai clienti nel 2008. La Consob ha però chiarito che per gli ultimi va redatto un prospetto, cosa che allunga i tempi.

Andrea Greco

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