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Il piano Laghi per salvare l’Ilva. Banche socie, soldi da Mittal e Mef

MILANO — Corsa contro il tempo per salvare l’Ilva. Mentre il piano industriale sarebbe già stato condiviso da creditori, azionisti e istituzioni, resta in alto mare la trattativa tra Arcelor Mittal, il Mef e le banche creditrici per dare alla nuova società una governance, un azionariato ma soprattutto le risorse necessarie per andare avanti.
Le fila dell’operazione finanziaria sarebbero in mano a Enrico Laghi, ex commissario della precedente gestione e uomo garanzia di tutti gli stakeholders. Laghi – che non ha ancora un incarico formale – sta studiando i termini dell’accordo che dovrebbe portare il governo, Mittal e le banche a diventare azioniste della nuova società (Newco) che rileverà l’Ilva (senza forni elettrici per il preridotto). L’azienda al momento ha 1,5 miliardi di debiti di cui due terzi dovrebbero beneficiare della garanzia di ultima istanza del Ministero. I debiti sono così distribuiti tra le principali banche: Intesa Sanpaolo ha concesso un miliardo di crediti di cui 700 garantiti e 300 no; Unicredit ha circa 100 milioni di crediti non garantiti mentre Bpm ha un’esposizione di 250 milioni, di cui una parte senza garanzia. Il piano finanziario prevede che i 500 milioni di prestiti senza garanzia in capo a Intesa, Unicredit e Bpm debbano trasformarsi in capitale, anche se le condizioni della conversione sono tutte da definire e non sono ancora state approvate dai comitati crediti e dai cda dei rispettivi istituti. Ancora da stabilire è anche l’intervento in via straordinaria del Mef che potrebbe avvenire attraverso un decreto. Ma la cifra e il veicolo dell’intervento (forse Invitalia, ma non è sicuro) sono da decidere e dipendono dal coinvolgimento di Mittal, sia finanziario, che di altra natura. Si tratta di un piano nell’ordine di un paio di miliardi tra conversione in equity e nuova finanza, ma si discute anche sulla cifra dell’intervento. Per esempio il governo vorrebbe che Mittal si impegnasse, una volta raggiunto il pareggio di bilancio (stimato in un arco di 5-7 anni) a riassorbire 3 mila dipendenti che di qui ad allora lo Stato coprirebbe con la cassa integrazione straordinaria. Ma Mittal non vuole assumersi un simile impegno e preferirebbe avere le mani libere, a risanamento completato, per gestire l’organico in funzione delle condizioni di mercato del momento.
Nonostante i tempi stretti il governo avrebbe già rimandato tutto a dopo le elezioni regionali del 26 gennaio. I giudici però si aspettano una risposta entro il 31 gennaio, in tempo utile per l’udienza fissata il 6 febbraio. Per questo motivo qualcuno vicino all’operazione non esclude la possibilità di una proroga ma qualcun’altro fa notare che trattandosi di un provvedimento d’urgenza ex articolo 700 non si può rinviare la decisione in base ai tempi della politica. Anche perché ogni giorno che l’Ilva resta aperta brucia cassa e il rischio è quello non solo di chiudere il bilancio 2019 in profondo rosso, ma anche quello di far venir meno la continuità aziendale. Una nuova gestione commissariale per Ilva avrebbe un doppio costo: sia in termini economici che di tempo prezioso per far ripartire l’acciaieria più grande d’Europa. Proprio ieri, per colpa della crisi, si è fermata l’Acciaieria 1 e 250 su 470 dipendenti sono finiti in cig. E senza Mittal, che nel 2019 avrebbe bruciato oltre un miliardo di euro a Taranto, sarà molto difficile trovare altri investitori privati disposti a versare nuovi capitali con cui far ripartire l’Ilva.
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