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Piano Juncker, da Bei e Fei via libera ai finanziamenti

«L’Europa ha bisogno di un colpo di acceleratore: la Commissione Ue le fornisce i cavetti per rimettere in moto la macchina». Ha esordito così a fine novembre il presidente dell’esecutivo Ue Jean-Claude Juncker presentando il pacchetto da 315 miliardi per rilanciare gli investimenti dei Ventotto. 
La macchina è oggi ancora in officina, ma a partire dal 20 aprile inizieranno le prove di collaudo, con la fase finale dell’iter di approvazione delle regole del gioco e l’esame dei primi progetti in attesa che diventi operativo il nuovo strumento, il Fondo europeo per gli investimenti strategici, più noto come Efsi, il suo acronimo inglese. Dopo il via libera del Consiglio Ecofin, infatti, lunedì prossimo il regolamento che sancisce la nascita del nuovo fondo, motore del piano Juncker, sarà al vaglio della commissione congiunta Economia e Bilancio dell’Europarlamento. Se tutto procederà secondo la tabella di marcia successivamente partirà il cosiddetto “trilogo”, ovvero il negoziato tra il Parlamento europeo, la Commissione e il Consiglio che dovrebbero concludersi entro fine maggio. Poi, dopo il voto finale in plenaria dell’Europarlamento, il Fondo strategico potrà diventare operativo entro l’inizio di settembre.
Sempre il 20 aprile il Fondo europeo per gli investimenti, braccio operativo della Bei, esaminerà i primi progetti di finanziamento per le Pmi innovative, mentre il giorno successivo il cda della Bei passerà al vaglio altri progetti che verranno successivamente finanziati con il piano.
Il Fei sarà infatti il braccio operativo del nuovo fondo per i finanziamenti alle Pmi. La Bei gestirà invece le altre quattro aree di intervento: infrastrutture, istruzione, energia e ambiente. L’Efsi avrà un capitale iniziale di 21 miliardi (16 di garanzie europee e 5 miliardi forniti dalla Bei), ma punta a mobilitare risorse aggiuntive, pubbliche e private. Per incentivare il sostegno dei governi al nuovo strumento è stato previsto che i contributi all’Efsi non verranno conteggiati in termini di deficit e debito pubblico. L’Italia, tramite la Cdp, contribuirà per 8 miliardi, la stessa cifra di Francia e Germania, mentre la Spagna ne borserà 1,5. Secondo le stime della Commissione Ue il tesoretto iniziale dovrebbe essere in grado di generare investimenti pari a 15 volte tanto: 315 miliardi in tutto da oggi al 2017, di cui 240 per le infrastrutture e gli altri investimenti e 75 per le Pmi. Questo sarà possibile grazie al cosiddetto “effetto moltiplicatore”, dove un euro di denaro pubblico investito è in grado di generare una capacità di finanziamento 3 volte superiore e consente di far partecipare altri investitori moltiplicando l’effetto per cinque.
La task force dedicata al piano Juncker, creata alla riunione del Consiglio Ecofin di Milano lo scorso ottobre, ha già ricevuto circa 2mila progetti dai Paesi Ue per un valore di 1.300 miliardi. L’Italia ne ha presentati 98. Tra questi 31 riguardano l’agenda digitale e 29 il settore dell’energia. La lista verrà utilizzata dalla Commissione Ue e dalla Bei in vista del processo di selezione e la task force ha spiegato che progetti per circa 500 miliardi potranno essere concretizzati nei prossimi tre anni.
Sul funzionamento dell’intero meccanismo restano però alcuni nodi da sciogliere. Il più grande riguarda l’effettiva partecipazione dei privati in grado di poter generare l’effetto moltiplicatore auspicato. Resta poi da chiarire la governance del nuovo fondo e i soggetti coinvolti. Interrogativi ancora aperti ma cruciali per capire se il nuovo pacchetto riuscirà a vincere la sfida, facendo ripartire gli investimenti europei che dall’inizio della crisi hanno perso il 15% del loro valore.
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