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Piano Juncker a 315 miliardi Padoan: “Shock per crescita L’Italia ne chiederà 40”

Il piano Juncker da 315 miliardi per rilanciare l’economia convince i principali gruppi dell’Europarlamento, ma la battaglia sarà tra i governi che avranno l’ultima parola sul suo futuro. Ieri il presidente della Commissione ha presentato il nuovo Fondo europeo per gli investimenti strategici nell’emiciclo di Strasburgo. Con un capitale di 21 miliardi forniti da Bruxelles e dalla Bei, conta di raccogliere almeno 315 miliardi di investimenti privati e pubblici nei prossimi tre anni per finanziare centinaia di progetti europei. Juncker assicura che, se il meccanismo avrà successo, potrà essere replicato nel periodo 2018-2020. «L’Europa volta pagina, c’è bisogno di investimenti e nessun Paese ce la fa da solo», afferma.

Juncker torna a chiedere ai Paesi in surplus, come la Germania, di contribuire massicciamente al Fondo (la partecipazione dei governi è volontaria). E conferma che chi verserà soldi vedrà i propri capitali scomputati dal calcolo del deficit e debito. Un punto chiave per le capitali con problemi di bilancio, come Roma. D’altra parte è stato proprio Renzi, insieme a Hollande, a spingere Juncker a impegnarsi sul piano e a pressare per lo scorporo. Ma nonostante la conferma in aula dell’ex premier lussemburghese, la partita è tutta da giocare. Come dimostravano leparole di un suo stretto consigliere, che ieri spiegava come il meccanismo per sfilare gli investimenti dalle regole di Maastricht è stato annunciato, ma non ancora scritto. Lo sarà a gennaio e poi dovrà passare il vaglio dei governi. E c’è da scommettere che i rigoristi daranno battaglia.
Ecco perché la reazione di Roma — che nell’iniziativa vede accolte diverse sue istanze storiche — al piano Juncker è positiva, ma senza esagerare. Renzi ieri sera al Tg1 parlava di «un primo passo, ma si deve fare di più: comunque l’Italia non sarà salvata dall’Europa, ma dagli italiani, come nel dopoguerra». Il ministro Padoan, a Strasburgo come presidente di turno dell’Ecofin, usa uguale definizione («un primo passo») ma ne riconosce l’utilità: «È necessario e possibile uno choc per crescita e lavoro, rilanciare gli investimenti è opportuno perché c’è un rischio stagnazione ». Ma i nodi vengono al pettine, e lo stesso Padoan spiega che l’Italia «non ha ancora esaminato se verserà soldi al Fondo» (i nostri progetti potranno comunque essere finanziati). Già, perché prima bisogna capire «quale sarà l’impatto sui bilanci nazionali e quali saranno i criteri di ripartizione delle risorse».
Nonostante i dubbi, anche sui 21 miliardi di partenza, per molti osservatori non sufficienti, Juncker viene applaudito dal Parlamento europeo, fatto non scontato. Appoggiano il suo piano i maggiori gruppi, ovvero popolari (Ppe), socialisti (Pse) e liberali (Alde). Ma un via libera arriva anche fuori dalla Grande coalizione di Strasburgo, come dal gruppo super conservatore (Ecr), vicino alla City di Londra e in parte dai Verdi. Nettamente contrari solo sinistra radicale (Gue), euroscettici (Efdd), grillini compresi, ed estrema destra.
Ieri intanto l’ex presidente della Bce, Jean Claude Trichet, è intervenuto nel dibattito sulla possibilità annunciata da Draghi, e contrastata dalla Bundesbank, di comprare titoli di Stato per alzare l’inflazione e rilanciare l’economia: per Trichet «non ci sono impedimenti» perché Francoforte lo faccia. E qualche segnale di fiducia giunge dalla Confindustria secondo cui, se l’ultimo trimestre dell’anno farà segnare una variazione nulla, si costituirebbe una «buona base per la ripartenza » nel 2015.
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