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Il piano Intesa-Ubi per creare un gigante da 1.100 miliardi

Un’offerta studiata nei minimi dettagli a partire da Natale scorso che ha visto un’accelerazione negli ultimi giorni. E che è destinata a cambiare la geografia del credito in Italia, rafforzando il ruolo di Intesa Sanpaolo: si prospetta la creazione del terzo gruppo in Europa per capitalizzazione (48 miliardi) dietro Bnp Paribas e Santander, il settimo gruppo per ricavi operativi netti, con circa 21 miliardi complessivi. E quanto a masse gestite, sul tavolo c’è un colosso da 1.100 miliardi di euro di attivi.

Ca’ de Sass sorprende il mercato con un progetto che prevede l’offerta volontaria di scambio carta contro carta su Ubi, terza realtà italiana per capitalizzazione e quarta per attivi. L’offerta varata nella serata di lunedì, non ostile ma neanche concordata, valorizza Ubi 4,9 miliardi, ovvero il 28% in più rispetto ai valori di venerdì 14 febbraio. E subito il mercato ha apprezzato la proposta, facendo allineare il prezzo dell’ex popolare a quello dell’offerta, con un balzo del 23,55%. Buona anche la performance di Intesa, in progresso del 2,3%.

Segnali che la “creazione di valore” prospettata da Ca’ de Sass c’è. Ora si tratta di capire se è sufficiente a raccogliere l’adesione da parte della maggioranza degli azionisti di Ubi. Su questo aspetto il ceo di Intesa Sanpaolo Carlo Messina nel corso della conference call con gli analisti ammette che si tratta di un’offerta «non amichevole nel senso tecnico del termine, e non potrebbe essere altrimenti». Ma che invece lo è, spiega il manager, nella logica industriale e nell’approccio sottostante. Ubi e Intesa Sanpaolo hanno «modelli di business simili» e «condividono la stessa cultura e valori aziendali», dice il banchiere. La matrice valoriale delle due banche, storicamente legate al mondo delle Fondazioni ma abituate a confrontarsi con le esigenze dei fondi, è il terreno da cui partire per avviare un progetto industriale condiviso. Non a caso Messina si rivolge direttamente «agli azionisti e alle persone di Ubi» con cui si dice «pronto a lavorare sin dal primo giorno». Parole di elogio vanno all’indirizzo del Consigliere delegato Victor Massiah – «un galantuomo», dice, a cui saranno riservati «ruoli di grandissima importanza» nel nuovo gruppo -, alla presidente Letizia Moratti e al management team che «hanno svolto un eccellente lavoro nella gestione» della banca lombardo-piemontese e che saranno valorizzati nella nuova realtà bancaria dove si cresce «per merito». Ubi è una «piccola Intesa Sanpaolo» per qualità ed efficienza. Di certo però quello tra le due banche non può essere un merger of equals, «che oramai sono impossibili», come ricorda anche il presidente Gian Maria Gros-Pietro. Qua l’acquirente insomma c’è ed è Intesa Sanpaolo, tanto che dopo la fusione «il marchio Ubi non ci sarà», perché più del brand «contano le persone».

Si vedrà ora quale sarà il responso da parte degli azionisti di Ubi. Possibile che ci voglia tempo per far digerire un’operazione che ha spiazzato i grandi soci dell’ex popolare e il suo top management. Messina in questo senso si dice «positivo». In Intesa c’è fiducia sul fatto che l’operazione vada in porto e si raggiunga il quorum della maggioranza di aderenti all’offerta di scambio, conditio sine qua non perché l’operazione prenda piede. Anche perché la maggioranza del capitale di Ubi è in mano ai fondi, che difficilmente direbbero di no a una proposta di una politica di dividendi generosa, con un dividend per share superiore ai 0,2 euro per azione. Il dialogo sarà possibile anche grazie al supporto di un advisor di peso come Mediobanca, consulente finanziario unico dell’operazione (con lo studio Pedersoli advisor legale), e in particolare il banker Francesco Canzonieri a cui Messina rivolge parole di stima.

Ma il ceo di Intesa si rivolge direttamente al mondo degli azionisti tradizionali di Ubi, in particolare alla base italiana, Fondazioni in primis. «Contribuiamo a creare un campione italiano che ci rimarrà per sempre, non per due anni, con una forte base azionaria italiana». Parole che devono essere piaciute anche a Roma, anche al ministro Roberto Gualtieri con cui lo stesso Messina ha interloquito lunedì sera, non appena l’offerta di scambio è stata approvata. Ma si tratta di parole forse da leggere controluce, anche perché sul mercato del resto si rincorrono voci che l’accelerazione di Intesa sia da ricondurre ai possibili interessamenti a Ubi da parte di soggetti stranieri, da Bnp Paribas al Credit Agricole.

Ci sarà tempo per aderire all’offerta. Prima servirà l’ok degli azionisti Intesa (27 aprile), poi entro metà giugno dovrà arrivare il via libera delle autorità di vigilanza. Tra fine giugno e fine luglio scatterà l’offerta pubblica di scambio. Non è da escludere che prima di allora emerga qualche contro-mossa: o da parte di qualche azionista di peso interno al capitale di Ubi o da qualche altro competitor italiano, magari lo stesso BancoBpm. Credit Suisse e altri advisor, a quanto risulta, sarebbero già stati contattati dall’ex popolare per fare una ricognizione. Difficile però che emergano alternative migliori a quelle di Intesa. Anche perché non sono molte le banche che, stante l’attuale dotazione patrimoniale, potrebbero garantire offerte più generose e che, particolare non trascurabile, avrebbero già un placet informale da parte della Vigilanza.

 

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