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Piano del governo per i fondi esteri

L’obiettivo è sempre stato chiaro: stimolare gli investimenti esteri nel paese. Ora anche il modo per raggiungere questo ambizioso target ha trovato una forma compiuta. Lo ha assicurato ieri il vice ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, che, durante il settimo meeting di Ifswf, associazione che include 32 fondi sovrani di 29 paesi tra i quali il Fondo strategico italiano (promotore e organizzatore dell’evento), ha presentato un piano dettagliato sul tema. Il progetto si fonda sostanzialmente su alcuni pilastri chiave che da un lato prevedono la costruzione di un portafoglio di asset da valorizzare, sia nel mattone sia tra le imprese pubbliche e private che operano sul territorio, e dall’altro contemplano un’azione per rendere meno complesso il percorso, di norma particolarmente accidentato, per scommettere sul nostro paese.
Il portafoglio
Nella definizione della tabella di marcia, come ha spiegato il vice ministro Calenda, si è deciso di dare priorità a un aspetto fondamentale, ossia l’identificazione di ciò che lo Stato, e non solo, è pronto a cedere agli investitori esteri. In quest’ottica, certamente il patrimonio immobiliare pubblico rappresenta un’opportunità difficilmente replicabile. Ecco perchè dopo lungo e complesso censimento si è arrivati a individuare una lista di circa mille asset potenzialmente appetibili. Si tratta di edifici situati nelle principali città italiane, con una superficie minima di 1000 metri quadrati e un valore che varia tra i 10 e i 15 milioni di euro. Tutti questi beni saranno presto inseriti con il necessario dettaglio su un sito, esposti come in vetrina, per venir venduti, locati o dati in concessione per 50 anni. Ma il paese non intende vendere solo il mattone. I grandi fondi sovrani o gli investitori esteri possono essere anche un’opportunità per rilanciare aziende in crisi o con necessità finanziarie legate a importanti piani di crescita. In virtù di questo, tra i 160 tavoli aperti al Mef, sono state selezionate 60 aziende che sono «ben posizionate per costruire una partnership o venir cedute a un investitore internazionale».
Costumer care
Offrire beni, per quanto desiderabili, potrebbe però non essere sufficiente per attrarre denari stranieri. C’è da superare, infatti, un lungo pregresso di “cattiva fama” legata per lo più alle difficoltà burocratiche che spesso gli stranieri hanno incontrato non appena messo piede nel nostro paese. Ecco perché si è deciso di dar vita a una sorta di “campagna” per sbloccare operazioni avviate da tempo ma ancora non finalizzate. Il faro, in particolare, è stato acceso su 20 transazioni che da sole valgono 6 miliardi di euro. L’idea, evidentemente, è che sciogliendo questi nodi si possa in parte superare la nomea che l’Italia si è costruita e che ciò possa servire da volano per portare altri investitori a guardare il territorio.
Gli strumenti
Tutto questo, oltre che supportato da una lunga lista di riforme, «50 misure per stimolare la competitività e portare nuove risorse», ha spiegato Calenda che ha ricordato come il 65% di queste sia già stato approvato, verrà finalizzato grazie l’impegno di cinque soggetti chiave: il Fondo strategico italiano guidato da Maurizio Tamagnini e il fondo F2i di Renato Ravanelli potrebbero essere i partner ideali per i grandi investitori esteri che intendono affacciarsi sul mercato; il Mef e la Cdp evidentemente potrebbero mettere sul piatto pezzi del loro patrimonio; mentre Ita (Italian trade agency) può essere “l’intermediario” che avvicina acquirente e venditore.

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