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Piano da 800 milioni per Carige

Cessione di asset non core, aumento di capitale, razionalizzazione della struttura. Sono tre le linee guida del piano di rafforzamento patrimoniale da 800 milioni approvato ieri dal consiglio di amministrazione di Banca Carige: da poco entrato nella lista dei principali gruppi continentali con asset superiori ai 30 miliardi, l’istituto genovese dal primo gennaio 2014 sarà sottoposto alla vigilanza della Banca centrale europea, e proprio in vista di questa scadenza ha messo a punto un programma che punta a «raggiungere una dotazione patrimoniale pienamente conforme ai più elevati coefficienti richiesti dal nuovo quadro regolamentare», come ha sottolineato in una nota. Altro obiettivo, specifica il gruppo, quello di «dotarsi delle risorse più idonee ad affrontare il difficile contesto macroeconomico, preparandosi a cogliere le opportunità di mercato nel momento della ripresa», e proprio in quest’ottica il piano prevede nuovi investimenti «per l’innovazione tecnologica e della rete distributiva».
Le cessioni
Il board ieri si è limitato a definire il senso, le finalità e le cifre del piano. I dettagli, invece, verranno messi a punto nella prossima riunione del cda in agenda il 19 marzo, quando tra l’altro dovrà sciogliere il nodo degli 800 milioni di rafforzamento patrimoniale. Quanto sarà recuperato attraverso la cessione di asset, e quanto invece sarà chiesto agli azionisti? La banca, per ora, non fornisce indicazioni al riguardo. A quanto si apprende, però, il mercato si attende una soluzione 50-50, con i soci chiamati a intervenire per 400 milioni, e una somma analoga raccolta dalla campagna di dismissioni; in particolare, a finire in vendita, potrebbero essere le due compagnie assicurative del gruppo (Carige Assicurazioni e Carige Vita), mentre meno probabile – perché più vicini al core business – risulta la cessione degli altri due asset di valore, Carige asset management Sgr e Creditis, la società di credito al consumo del gruppo.
In parallelo, il gruppo accelererà nel processo di razionalizzazione interna, con una riduzione dei costi della governance (in pratica, verranno tagliate alcune poltrone nelle controllate), 450 esodi volontari entro il 2017 (con risparmi per 30 milioni all’anno) e «un’azione di razionalizzazione della rete distributiva per eliminare talune sovrapposizioni territoriali». In quest’ultimo caso, si apprende, non si esclude la chiusura di alcune filiali, ma anche qui il piano non è ancora definito nei dettagli.
Gli accantonamenti
Il piano approvato ieri si pone in continuità con la scelta – risalente all’anno scorso – di dividere il gruppo in due, separando le attività del gruppo in Liguria (rimaste in capo a Banca Carige) da quelle extra regionali, conferite a Banca Carige Italia. Dallo sdoppiamento il gruppo ha ottenuto benefici economici non ricorrenti per 715 milioni, che verranno utilizzati – ha spiegato sempre ieri il gruppo – per «accantonamenti aggiuntivi a presidio del rischio di credito» e la «completa definizione dei contenziosi fiscali pregressi». Una sorta di «pulizia generale» che, auspica il gruppo guidato da Giovanni Berneschi ed Ennio La Monica, consentirà a Carige di cogliere la ripresa quando si materializzerà anche in Italia.
La cedola
In sostanza, la banca intende rimarcare che lo stato di salute del gruppo è buono, e l’intenzione è quella di giocare in attacco e non di subire la nuova vigilanza e i nuovi ratios patrimoniali richiesti. Anche per questo, sempre ieri, il cda ha confermato l’intenzione di distribuire nelle prossime settimane «un adeguato dividendo in denaro agli azionisti che hanno supportato il gruppo anche negli ultimi difficili anni». E che ora, a cinque anni dall’ultimo aumento di capitale da 900 milioni varato nel 2008 per coprire l’acquisizione del pacchetto di sportelli da Intesa Sanpaolo, dovranno rimettere mano al portafogli. In prima fila, ovviamente, la Fondazione Cassa di risparmio di Genova e Imperia, che possiede il 47% della banca, e per il quale si prospetta l’impegno più pesante.

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