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Piano crescita di Parigi. Si parla di mini-eurobond Mercati, reazioni positive

BRUXELLES — Non c’è tempo per fermarsi. A tarda sera, quando ancora i risultati delle elezioni greche non sono tutti definitivi, l’Europa si sta già preparando per il «dopo». Le banche centrali si consultano in permanenza, il presidente francese François Hollande annuncia da Parigi un suo piano urgente per la crescita, e la stampa tedesca parla di «eurobond leggeri», una nuova proposta anti-crisi che porterebbe la firma anche del presidente della Banca centrale europea Mario Draghi, oltre che dei leader delle istituzioni Ue. Ottimismo dei mercati: l’euro è risalito nella sua corsa contro il dollaro, toccando il valore massimo (1,27) delle ultime 3 settimane (ed è cresciuto anche sul primo mercato ad aprire, quello australiano). La Borsa di Tokyo vola in apertura: +2,26%. E anche i futures di Wall Street ieri sera erano in rialzo.
I tre prossimi appuntamenti sono già dietro l’angolo: il G20, l’Eurogruppo del 21 giugno, il vertice dei capi di Stato e di governo della Ue il 28-29 giugno. Ma prima di sedersi a quei tavoli, bisognerà capire con certezza dove va la Grecia, e tenersi pronti ai vari scenari, che a Bruxelles sono stati già studiati nei dettagli. Il più nero, ma anche il più improbabile perché queste elezioni sembrano averlo già scartato, vede Atene in uscita dall’euro: un nuovo governo di sinistra straccia il memorandum d’intesa con Bruxelles, la Bce e il Fondo monetario internazionale, oppure cerca di ottenere una dilazione sul piano degli aiuti, promettendo in cambio di restare nell’Eurozona; in un caso e nell’altro i creditori non si fidano e non ascoltano, resuscita la dracma, il contagio della crisi si diffonde ad altri Paesi ed entra (forse) in agonia la stessa Eurozona.
Secondo scenario, più aderente alle notizie di queste ore: un governo di centrodestra, o una coalizione di unità nazionale, prova a rinegoziare il memorandum con le misure di austerità, senza abbandonare l’euro, e perfino la Germania si mostra disponibile a qualche dilazione. L’ultima alternativa è quella da sempre più auspicata a Bruxelles, e forse è già convalidata dalle ultimissime cronache: sconfitta la sinistra radicale, i moderati governano Atene, la loro moneta resta l’euro, le riforme imposte da Ue, Fmi e Bce vengono compiute senza cedimenti e l’economia greca esce dal coma.
Si naviga un po’ a vista, giorno per giorno. Anche per questo, secondo quanto riferisce il giornale francese Journal du Dimanche, il presidente François Hollande cerca di allungare il passo e firma quel «piano per la crescita» che dovrebbe presentare al vertice europeo di fine giugno. Il piano ha un perno centrale: misure per la crescita «a effetto rapido» per circa 120 miliardi, cui si aggiungerà una tassa sulle transazioni finanziarie e stimoli all’occupazione, soprattutto a quella giovanile. Quasi un cartello di sfida al bastione rigorista di Angela Merkel, dove da poco tempo è comparsa sì la bandiera della crescita, ma continuano a sventolare gli stendardi dell’austerità e del consolidamento dei bilanci. I 120 miliardi proverrebbero da tre fonti: dai fondi strutturali europei, dalla Bei o Banca europea per gli investimenti, e dai project-bond per le grandi infrastrutture europee, caldeggiati anche dal premier italiano Mario Monti.
I project-bond sono fra gli ultimi rimedi suggeriti contro la crisi del debito, gli agognati precursori degli euro-bond, cioè delle obbligazioni in comune che dovrebbero consentire la «mutualizzazione», la condivisione del debito. Ma c’è qualcosa di più nuovo ancora: gli «euro-bills» o «eurobond leggeri», a scadenza e importi limitati, ideati per vincere le resistenze di Angela Merkel alla stessa condivisione del debito: secondo il giornale tedesco Spiegel sono ancora allo studio e verranno presentati al vertice di Bruxelles dal presidente della Bce Mario Draghi, da quello dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker, e dai presidenti della Ue e della Commissione europea, Herman van Rompuy e José Manuel Barroso.
Dovrebbero essere i singoli governi a emettere gli «euro-bills», a una condizione: che quegli stessi governi rispettino le regole di bilancio fissate da Bruxelles. Le percentuali saranno determinate in base al prodotto interno lordo di ciascun Paese. E vi sono altre proposte ancora, non tutte chiarissime ma tutte rivelatrici della serietà della situazione. Ancora più rivelatori, però, sono i numeri nudi e crudi: per esempio l’Istituto internazionale di finanza, che raccoglie molte banche e compagnie creditrici di Atene, ha calcolato che i fondi di salvataggio dell’area euro non basteranno ad aiutare altre nazioni della moneta comune, dopo la Grecia, la Spagna, l’Irlanda e il Portogallo. Al massimo, quei fondi «hanno la capacità sufficiente ad aiutare una piccola economia come Cipro». Ma non sono tutte «piccole», le economie che ora tengono con il fiato sospeso l’Europa.

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