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Piano Bce: sì ai titoli di Stato ma il rischio resta nazionale mossa per convincere i tedeschi

Quando stamani alla Bce si riunisce il consiglio direttivo, i 22 uomini e le due donne in quella sala a Francoforte avranno a disposizione un paio di indizi nuovi. Entrambi dovrebbero lampeggiare nelle loro teste come altrettante spie d’allarme. Il primo riguarda il bilancio della banca centrale, il secondo la ragione stessa per la quale essa fu creata sedici anni fa: governare l’inflazione nell’interesse dei cittadini.

Ormai molti analisti, anche di banche globali come Barclays e Nomura, prevedono un evento che nessuno aveva messo in conto quando l’architettura dell’euro fu messa a punto vent’anni fa. Non fu disegnata per fronteggiare uno scenario del genere: tra questo e il prossimo mese l’inflazione di Eurolandia può andare a zero e poi anche sotto. La disoccupazione, la battuta d’arresto della ripresa e ora soprattutto il crollo dei prezzi del petrolio portano l’indice generale sempre più lontano dell’obiettivo della Bce, attorno al 2%. Ma più i prezzi calano, più salgono gli interessi da pagare in termini reali per chi ha debiti, mentre buona parte dell’area euro rischia si avvitarsi in una spirale di investimenti e consumi bloccati in attesa di tempi migliori o, domani, di nuovi sconti. Due mesi fa la Bce ha fatto sapere che reagirà. Lo farà cercando di ampliare il proprio bilancio di circa mille miliardi, portandolo da due a tremila, immettendo cioè nell’economia il 30% di moneta in più. Attraverso molti canali diversi, più denaro in circolazione per comprare una uguale quantità di prodotti dovrebbe generare un po’ d’inflazione. Qui però lampeggia la seconda spia d’allarme per l’Eurotower: per ora non sta riuscendo a espandere il proprio bilancio, che anzi tende a contrarsi. Due giorni fa era di 2053 miliardi, inchiodato allo stesso livello di uno, due e tre mesi fa; rispetto all’inizio dell’estate scorsa c’è stata addirittura una contrazione di quasi 200 miliardi, una tendenza che provoca probabili (piccoli) effetti negativi sui prezzi.
I nuovi ingranaggi innescati dall’Eurotower per creare moneta avuto una partenza lenta. L’interesse delle banche nei nuovi prestiti a lungo termine è ridotto. Anche gli acquisti di pacchetti di prestiti super- sicuri e di bond garantiti, in teoria per centinaia di miliardi, procede a fatica: in alcune economie di Eurolandia (Italia inclusa) esistono ben pochi titoli di quel tipo sui mercati.
Salvo svolte improvvise, tra non molto diventerà chiaro a tutto il consiglio direttivo della Bce che esiste un solo modo per immettere mille miliardi in più nell’economia: comprare almeno 500 miliardi in titoli di Stato dei vari Paesi del club, mentre il resto verrebbe dalle misure già varate sui titoli privati e le aste di liquidità. Visto il peso dell’Italia nell’area euro, per la Bce ciò significa prepararsi a comprare fra gli 80 e i 90 miliardi in Btp emessi dal Tesoro di Roma.
È di fronte a una prospettiva del genere che nasce la resistenza della Bundesbank ma, adesso, anche per superarla. In Germania la banca centrale e l’opinione pubblica rifiutano di farsi carico del rischio-Italia attraverso il bilancio della Bce. La Bundesbank è azionista dell’Eurotower al 30% e le spetterebbe dunque un terzo di tutte le perdite sui titoli comprati da quest’ultima nel caso (ipotetico) di un default dell’Italia sul proprio debito. A sua volta la Bundesbank poi retrocederebbe le perdite al proprio governo e al contribuente tedesco.
In questa fase a Francoforte si lavora a un’idea per aggirare quest’obiezione: in caso di acquisti di titoli di Stato da parte della Bce, il rischio si finirebbe solo sulle banche centrali nazionali per i bond emessi da ciascun Paese. In caso di mancato rimborso sui Btp italiani le perdite andrebbero solo alla Banca d’Italia, per i Bund tedeschi alla Bundesbank e così via. Così verrebbe meno il motivo più radicato di contrarietà della Bundesbank: i tedeschi non sarebbero più esposti al rischio di trasferimenti del loro denaro verso altri Paesi.
Non è chiaro se questa sarà la strada scelta dalla Bce, ma l’ipotesi è attivamente allo studio. Esiste un precedente, perché alcuni dei primi interventi della Bce per la Grecia nel 2010 furono decisi sulla base di un accordo simile. Allora rimase segreto e neanche questo accordo dovrebbe essere reso noto. Presto però potrebbero non esserci alternative: un’inflazione di segno negativo in inverno, o lo stallo dell’espansione del bilancio in primavera, rischiano di costringere la Bce a reagire prima di quanto essa stessa calcolasse.
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