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Piano banda larga, 4 miliardi bloccati

Il 3 marzo il premier Matteo Renzi presentava in consiglio dei ministri le linee guida per la diffusione della banda ultralarga. Esattamente un mese dopo, incrociando le informazioni che arrivano da Palazzo Chigi, ministero dell’Economia, ministero dello Sviluppo economico e Unione europea il primo responso è piuttosto chiaro: il Piano rischia già di impantanarsi.
Dei 6,2 miliardi di fondi pubblici delineati nel documento solo 2 sono già disponibili, gli altri 4 vanno sbloccati con un nuovo accordo tra il governo e le Regioni. Il primo decreto attuativo che era in rampa di lancio, il credito d’imposta per gli operatori che investono nelle nuove reti, è stato per ora bocciato dal ministero dell’Economia per problemi di copertura. Un ulteriore decreto, sulla semplificazione degli scavi per la posa della fibra, è ancora bloccato al ministero delle Infrastrutture. E nel frattempo la Commissione europea ha chiesto al governo di predisporre un nuovo documento, molto più dettagliato, con una serie di chiarimenti su tutti gli incentivi che si intenderebbe utilizzare, che rappresentanti del governo dovranno presentare in un incontro con i tecnici di Bruxelles. Un bel rebus, la cui risoluzione nel migliore dei casi potrebbe richiedere qualche mese.
Alcuni dettagli sullo stato dell’arte del Piano sono emersi ieri, nel corso di un convegno organizzato a Roma dall’Aiip (associazione provider) al quale hanno partecipato anche Raffaele Tiscar, vicesegretario di Palazzo Chigi e coordinatore del gruppo di lavoro sul tema, e Alessio Beltrame, capo della segreteria del sottosegretario alle Comunicazioni.
La premessa di Tiscar punta innanzitutto a evitare allarmi: «Gli operatori telefonici devono stare buoni e tranquilli perché le risorse per il piano per la banda ultralarga ci sono e le modalità di erogazione verranno comunicate in un documento che stiamo elaborando a Palazzo Chigi». Il quadro è molto complesso. Due miliardi di fondi strutturali gestiti dalle Regioni (Fesr e Feasr) sono già disponibili. Circa 4,2 miliardi, a valere sul Fondo sviluppo e coesione di origine nazionale, hanno invece disponibilità di cassa solo dal 2017 e hanno oltretutto un vincolo di localizzazione geografica a favore delle Regioni meridionali per l’80%. Vuol dire che per ripartire in modo più equilibrato le risorse, non trascurando proprio quelle regioni del Centro-Nord dove la domanda di banda ultralarga potrebbe essere più alta, «servirà un nuovo accordo con le Regioni», evidenzia Tiscar. Questione non rapida né trascurabile, visti i precedenti: per un problema analogo un tris di misure che erano state previste dal decreto Destinazione Italia di fine 2013 (bonus ricerca. bonus libri e voucher per le Pmi digitali) non ha mai visto la luce.
C’è poi una valutazione più complessiva da fare con Bruxelles. Già da tempo il ministero dello Sviluppo economico ha elaborato una bozza del decreto ministeriale sulle agevolazioni fiscali agli operatori (si veda Il Sole 24 Ore di ieri) e il 16 marzo ha chiesto un parere in tema di aiuti di Stato alla Ue, che si era impegnata a fornire una risposta entro una settimana. Nessun documento ufficiale è arrivato, ma in compenso sarebbe giunta la richiesta in via ufficiosa di preparare e sottoporre alla Dg Concorrenza un documento molto più dettagliato su tutti gli incentivi per il settore (già vigenti o in programma) comprese eventuali notifiche formali laddove non ancora fatto. «Un documento che – spiega Tiscar – illustrerà tempi e modalità di spesa dei fondi e dovrebbe essere pronto entro aprile. Intanto – aggiunge – siamo già a buon punto su un decreto legge che introdurrà il Fondo di garanzia per gli investimenti degli operatori oltre ad alcuni interventi di semplificazione».
Sul provvedimento fermo al ministero dell’Economia Tiscar ricorda che il credito di imposta (previsto dal Dl Sblocca Italia) «era stato ipotizzato, come sperimentale per il 2015, ma ha sollevato perplessità da parte del Mef». Inoltre il meccanismo è apparso farraginoso perché la disponibilità di cassa delle risorse, a valere proprio sul Fondo sviluppo e coesione, parte dal 2017. L’ostacolo si potrebbe aggirare attraverso un anticipo mediante prestito della Bei, ma occorrerebbe un’apposita norma, e ad ogni modo il decreto richiede «una doppia notifica a Bruxelles: sulla natura dell’incentivo e sulla possibilità di applicarlo anche nelle cosiddette aree nere, a determinate condizioni tecnologiche».
Alessio Beltrame, che ha lavorato al Piano per conto dello Sviluppo economico, conferma che i rilievi mossi dal ministero dell’Economia riguardano due aspetti: «C’è un problema generale di copertura, che il Mef ritiene necessaria da subito, cioè fin dalle manifestazioni di interesse degli operatori, e non dal momento della selezione. E c’è un problema legato al limite di defiscalizzazione annuale che l’Economia vorrebbe inserire».
Sulla delicatissima questione del Fondo sviluppo e coesione, Beltrame definisce lo schema 80-20 troppo «rigido» per una materia come la diffusione nazionale della banda larga, «serve un uso più intelligente di queste risorse» e sul punto nelle prossime settimane il Governo proverà a trovare una non semplice intesa con le Regioni.
«Non dobbiamo dimenticare comunque – aggiunge Beltrame – che alcune misure che erano state inserite nel Dl Sblocca Italia per facilitare le reti ultraveloci sono già realtà, penso alla posa aerea della fibra ottica, all’obbligo di etichetta “broadband ready” per i nuovi edifici (dal 15 luglio) e all’equiparazione della posa a opera di urbanizzazione primaria. Quanto al nuovo decreto scavi abbiamo inviato la nostra proposta al ministero delle Infrastrutture e trasporti, con il quale restano divergenze, ma speriamo ancora di sbloccare il testo in tempi brevi».

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