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Piani dei big Ue tra rigore e crescita

Rigore sì, ma con giudizio. E sempre più spazio a misure per rilanciare la crescita e gli investimenti. È questo il filo rosso che unisce i documenti inviati a Bruxelles da Italia, Francia, Germania e Spagna. La Commissione Ue sta passando ai raggi X i Def e i Programmi nazionali di riforma in vista delle cosiddette «Raccomandazioni specifiche per Paese», in arrivo questa settimana. Un esercizio periodico, nell’ambito del semestre europeo per il coordinamento delle politiche economiche, che quest’anno assume una valenza particolare. «Per Francia e Germania – osserva Benedicta Marzinotto, docente di politica economica all’Università di Udine e visiting fellow all’Istituto universitario europeo – le pagelle saranno una sorta di istruzioni per l’uso per i nuovi governi». In Italia gli occhi sono invece puntati soprattutto sul giudizio sulla “manovrina” da 3,4 miliardi per mettere in sicurezza il debito pubblico.
Da Parigi a Madrid, passando per Roma e Berlino, per il periodo 2017-2020 si prevedono interventi mirati sulla spesa pubblica, un fisco più leggero, il sostegno all’occupazione e azioni dedicate a imprese e competitivà, declinati a seconda delle caratteristiche delle singole economie.
Per quest’anno la Francia punta ad archiviare la procedura per deficit eccessivo aperta nel 2009 per tornare nel club dei virtuosi sotto il 3% del Pil. Su questo aspetto Bruxelles non sembra molto d’accordo: nelle Previsioni economiche di primavera l’esecutivo Ue stima infatti un disavanzo al 3% per il 2017 e al 3,2% nel 2018. Parigi vuole raggiungere l’obiettivo con un «controllo della spesa pubblica», che quest’anno dovrebbe aumentare dell’1,4% con interventi soprattutto sulle casse dei ministeri e una riduzione dei fondi di compensazione sull’Iva per le collettività locali. Alcune riforme annunciate sono diventate cavalli di battaglia del neopresidente Macron, che è stato ministro dell’Economia fino all’agosto 2016. Così se nei documenti inviati a Bruxelles il governo Cazeneuve promette una revisione del Codice del lavoro, Macron intende spingersi ancora più in là con deroghe al contratto nazionale su orari, flessibilità e retribuzioni a livello di singole aziende. Non solo: i documenti al vaglio di Bruxelles ribadiscono l’intenzione di alleggerire la tassazione su famiglie e imprese, con una riduzione dell’aliquota per queste ultime fino al 28% entro il 2020. Macron promette invece di arrivare fino al 25 per cento.
Anche la Spagna, che si conferma la stella europea della crescita con un Pil ben oltre il 2% quest’anno, è impegnata con la riduzione del deficit per uscire dalla procedura per disavanzi eccessivi nel 2018. Al contrario di Parigi su questo aspetto l’esecutivo Ue sembra più ottimista. Dopo una serie di interventi sul fronte fiscale nel 2016, per quest’anno il governo di Madrid punta tutto su un ventaglio di strategie per combattere la disocccupazione, vera piaga che affligge il Paese con un tasso del 18 per cento. Sul tavolo ci sono misure per rendere più efficienti le politiche attive e la formazione, con un occhio di riguardo ai giovani. E, come in Italia, una nuova legge sul lavoro autonomo.
Con un occhio alle elezioni di settembre, il governo tedesco rivendica i passi compiuti e sposta il focus dal risanamento di bilancio al rilancio degli investimenti e della concorrenza (due temi su cui è stato più volte bacchettato da Bruxelles), ma anche su un alleggerimento del fisco per le fasce più deboli. Del resto Berlino non ha problemi di deficit (i suoi conti sono in surplus) e il debito federale è poco sopra il 60% del Pil, ma in fase calante. Per questa ragione il governo può permettersi di aumentare la spesa pubblica, in particolare su istruzione e ricerca. Nel capitolo dedicato all’occupazione, poi, fanno capolino una serie di misure per favorire l’inserimento professionale degli immigrati.
Spetterà ora alla Commissione Ue valutare i progressi compiuti e gli impegni per il futuro. Poi le «Raccomandazioni» dovranno essere approvate dal Consiglio Ue e diventeranno vincolanti per i governi, che dovranno tenerne conto nelle leggi di Bilancio 2018.
«In un momento di ripresa stabile dell’economia – spiega Marzinotto – è possibile immaginare giudizi generalmente positivi sui quattro big. I toni saranno accommodanti senza per questo rinunciare alle bacchettate su debito pubblico e riforme strutturali». E secondo Carlo Milani, direttore di Bem Research, «in vista del voto britannico e dell’avvio effettivo dei negoziati sulla Brexit, la Commissione ha bisogno di un’operazione d’immagine per sfatare il mito di un’Unione fondata sull’austerity. È possibile, dunque, che le tirate d’orecchio vengano riservate ai budget 2018. Potrebbe essere quello il momento della verità».

Chiara Bussi

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